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Compiacenza compulsiva e banchi di scuola


Venerdì 12, Gennaio 2018
in  Libera-Mente


Oggi è un giorno come tanti in terza C. L'ennesimo, direbbe Pietro, perché questa scena si ripete da troppo tempo. Quasi un'angosciante normalità. Una vuota abitudine...
'Dov'è Pietro?! Eccoti. Perché non vieni ad aprirmi la porta? Non ti sei accorto che sto entrando? Ecco, bravo. Adesso preparami il banco e la sedia. Ricorda che lo spazio su questo banco è mio. Ti concedo quell'angolo.  La merenda? Cosa mi hai portato oggi? Ti ricordo che anche per il cibo vale lo stesso discorso del banco. Avrai un angolo di focaccia, ma il resto è mio'. Vi state immaginando Pietro? Potremmo farci la stessa domanda del bullo compagno di banco che lo perseguita: dov'è?
Se avessimo una telecamera puntata sulla scena lo vedremmo farsi sempre più piccolo in quell'angolo di banco intento ad occupare il minore spazio possibile per non dare troppo nell'occhio, per non disturbare. Schiena inarcata, petto incavato e sguardo basso guidato dall'imperativo di non incrociare mai quello degli altri, perché questo significa sfida e dalla vita, fino a quel momento, ha maturato la convinzione di non essere in grado di vincere, né tantomeno di partecipare. Pietro si sente sconfitto in partenza ed ogni parte del suo corpo è come se fosse un sottotitolo di una resa anticipata di cui qualcuno, là fuori, potrebbe approfittare per fargli del male, proprio come il suo 'compagno' di banco. Persino il flebile tono di voce che sostiene a malapena rare parole poco scandite è un inno alla paura e quest'emozione sapete bene quanto male possa fare se eccessiva e totalizzante insieme alla vergogna.
Di cos'hai paura Pietro? Cosa temi di più? 'Non temo mi possa picchiare. Non l'ha quasi mai fatto e comunque farebbe meno male. Sono terrorizzato dal fatto che mi possa umiliare davanti agli altri. Cerco di fare in modo che sia contento perché si tranquillizzi e nessuno inizi a comportarsi nei miei confronti come lui. Se così fosse mi sentirei ancora più solo'
Cosa ti impedisce di ribellarti? 'Il fatto che non vada bene. Non è educato rispondere e poi non so come potrei fare'.
Le dinamiche di relazione dei gruppi umani a volte appaiono crudeli, in particolare quando si parla di ranghi e di sistemi di dominanza e sottomissione, eppure hanno un'importanza evoluzionistica fondamentale in termini di sopravvivenza. 
Quando un lupo si sottomette al capo branco manifestando segnali di resa sta riconoscendo la forza e l'accesso privilegiato del maschio dominante alle risorse, ma questo comporta anche vantaggi. Sottomettendomi a te mi impegneró a lasciare che sia tu il primo a nutrirti della la preda che abbiamo cacciato insieme e ad accoppiarti con le femmine del branco, ma in cambio so che dividerai con me il cibo e mi garantirai protezione dai pericoli come gli orsi.
Questi meccanismi naturali hanno massimizzato le possibilità di sopravvivenza nei gruppi di mammiferi, uomo compreso, dal momento che il gruppo prevale sul singolo.
Cosa succede nel momento in cui intervengono altre variabili alla sopravvivenza? L'evoluzione del cervello umano ci ha portati ad essere la forma di vita più intelligente sulla terra, ma con il dono della coscienza e quindi della possibilità di scelta, ci ha anche dotato della possibilità di uscire da schemi di comportamento precostituiti andando contro natura.
Il 'Compagno' di banco non sta semplicemente chiedendo sottomissione in cambio di protezione, perché Pietro sa bene che se qualcuno lo minacciasse non si preoccuperebbe di difenderlo, ma se la darebbe a gambe; della serie: forte coi deboli e debole coi forti... Il bullo sta scegliendo deliberatamente di umiliarlo per tutta una serie di motivi, nonostante riconosca più o meno consapevolmente che questo fa soffrire il ragazzo.  
Le dinamiche di bullismo sono complesse e non è questa la sede per giudicare o prendere posizione, ma per constatare un fenomeno. Ció che potremmo fare, piuttosto, è chiederci cosa manca nella scena descritta in precedenza. In questo modello di comportamento compulsivamente compiacente, l'emozione mancante all'appello è la rabbia. Quest'emozione si attiva a livello corporeo di fronte all'umiliazione. Lo dimostrano l'aumento di afflusso sanguigno nella zona alta del torace, del collo e del volto e l'abbassamento convergente verso il basso delle sopracciglia con un innalzamento della palpebre superiori. Questi segni indicano che il suo corpo si sta arrabbiando, ma il processo è così rapido che non se ne rende conto. 
Pietro non ha potuto imparare ad esprimere la rabbia nella sua storia di vita perché questo era sconveniente. Un buon modo per sopravvivere con un padre violento è quello di rendersi invisibili e non sfidare mai. Meglio spiegare tutto questo dicendosi che: 'Non è educato rispondere'.
Pietro ha bisogno di essere aiutato a riconoscere i segni della rabbia nel corpo, a dare loro una forma, perché ogni emozione ha la sua importanza ed ogni bisogno necessita di emozioni per raggiungere la sua meta. 
Abbiamo bisogno di sperimentare la possibilità di sostituire alla parola: 'Rispondere' quella: 'Difendersi'. Questo è un suo diritto e un suo dovere. Un diritto e un dovere di tutti noi.

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