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La morte di mia madre dopo 12 anni di malattia


Giovedý 28, Giugno 2012
in  La Memoria del Cuore



Continuazione di Articolo di Alberto Cester, medico geriatra e figlio di una malata di Alzheimer



La morte di mia madre: ore 3.15 del 25 settembre 2007, dopo 12 anni di malattia.


Questo è uno dei momenti di maggiore solitudine, tuttavia è anche uniformità alla vita normale e forse è la vera rivincita nei confronti della malattia.


Mia madre è morta male, era ridotta a circa 25 chilogrammi, ha faticato anche a morire, non voleva morire, pur in coma, pur solo con una flebo in vena, senza nutrirsi più da 10 giorni, non voleva andarsene, ho negli occhi e nelle orecchie, il ricordo di lei trasfigurata nella magrezza e del suo respiro infinito, ripetitivo, difficile, poi periodico, infine sottile, come l'alito di un bimbo, incerto, quasi impercettibile. Infine ha perso anche l'ipertonia diffusa che governava da anni il suo corpo, per rilassarsi flaccida nell'ultimo profondo respiro al nostro abbraccio. L'abbiamo stretta, o meglio abbiamo stretto quello che restava di lei, quello che la malattia non si era ancora portata via, le vestigia del suo corpo di un tempo ... In questi tre giorni di agonia ho avuto più volte la tentazione di 'diciamo aiutare questo passaggio', confesso che mi è mancato il coraggio di intervenire, di aiutare il processo inesorabile del morire, su questo credo ci si debba interrogare e non su sterili asserzioni ideologiche sulla vita e sulla morte, o se l'acqua in vena sia o non sia terapia. Non su cosa è lecito o non lecito fare, ma se è giusto morire così. Cosa è restato di lei, il simulacro consunto di quello che era, ma la vittoria della morte sulla malattia è in questi casi palese, completa.


La morte è l'unica maniera per noi e per loro di riappropriarsi della normalità del corpo. Solo da morti dopo l'Alzheimer si ridiventa, paradossalmente, normali. Il dominio dell'immobilità mortale rende giustizia del mancato governo e controllo della mente, una sorta di pagamento e di riequiparazione alla normalità dell'esistere da vivi. La desertificazione della mente non è più palese nella morte. Ció indica la liberazione del corpo dalla malattia e dalla mente, la vera sconfitta del morbo si ha solo nella morte. La fine materiale è la fine della malattia. Mia madre è ora libera nella morte, è ritornata finalmente uguale agli altri, nella morte, nel nostro normale pianto di figli c'è la sua vera liberazione. Noi ci siamo reimpossessati di lei e del suo corpo nella normalità restituita dal 'dopo la morte'. Questa nostra è stata un'avventura difficile, logorante, dolorosa, angosciante, talora persino buffa, ma noi l'abbiamo affrontata con coraggio, talvolta anche con incoscienza, ma con la sovrana consapevolezza di volerci essere: per lei, per noi e forse anche per voi che leggerete.


Mia madre mi ha dato il dono dell'esistere ed io le ho donato lo scrivere di lei, della parte più misteriosa ed impersonale della sua lunga vita, della sua lunga malattia, non è certo altrettanto, rispetto al dono della vita, ma è la mia maniera di uomo di continuare ad amarla.

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