Autoabbronzante

Quando diventiamo adulti? Quando votiamo per la prima volta? Quando riceviamo il primo stipendio? Secondo me quando ci sediamo, per la prima volta, sulla nostra (prima) automobile. 
L’auto che mi ha svezzato è stata una cinquecento L del 1969 blu appartenuta al mio prozio Cesare e abbandonata, dopo la sua morte, sotto un cumulo di neve. In primavera, in concomitanza con i miei diciotto anni, la creazione di Dante Giacosa, riuscì, però, ad avviarsi miracolosamente al primo colpo in una sorta di simbolica resurrezione automobilistica. La cinquecento, incluso il mio prozio, aveva già avuto tre proprietari e proveniva dalla Valle Maira (a volte quando era giù di batteria, le tiravo su il morale parlandole in occitano). 
Il calore irradiato dal motore, negli anni, aveva fatto deformare la targa posteriore e la scritta CN13-4015 presentava una distorsione leggermente psichedelica, come quella di “Rubber Soul” il disco dei Beatles (e questo mi piaceva tanto). 
Per prima cosa ho dovuto cambiare il tettuccio in tela perché dopo il primo temporale, i sedili, zuppi di acqua, avevano causato sui miei pantaloni una macchia difficilmente giustificabile. Il funzionamento del tettuccio era, infatti, indispensabile e trasformava la cinquecento in una piccola cabrio che permetteva abbronzature fuori stagione, praticamente l’unica “autoabbronzante” che abbia mai posseduto. 
Dopo averla dotata di coprisedili a righe, mio zio Bruno, di professione carrozziere, l’ha lucidata riportando il blu notte alla lucentezza originale ed io ho applicato, vicino alle griglie di aerazione del motore, un adesivo con la scritta “Saint Malo - Cité Corsaire” tanto per far capire che l’auto, dotata di una livrea un po’ ecclesiastica, non apparteneva al parroco di Valmala. La tradizione dell’adesivo eccentrico e riconoscibile l’ho mantenuta anche con la mia seconda auto: una Panda bianca. In questo caso lo sticker riportava la scritta “Stop Apartheid” per simulare un certo impegno sociale ma soprattutto per far capire che la Panda non era un’auto dell’Asl (o peggio dei Servizi Sociali). 
Le operazioni necessarie per l’utilizzo dell’utilitaria erano: aprire i deflettori, inserire la chiave di accensione nel cruscotto, tirare la leva dell’aria posta a destra del freno a mano, tirare la leva dell’avviamento, accelerare e fare la doppietta a ogni cambio di marcia. Considerando che, le luci anteriori illuminavano poco la strada, quelle posteriori erano simili a lumini cimiteriali, che il serbatoio era pericolosamente posizionato davanti al conducente, che mancavano le cinture di sicurezza e lo specchietto retrovisore esterno e che i tergicristalli, in caso di pioggia, avevano un effetto perlopiù decorativo, la cinquecento era un’auto decisamente fuori dal tempo già negli anni ’80 (e forse proprio per questo molto intrigante). 
Di dimensioni veramente ridotte, mi consentiva però, di portare a fare piccoli giri (on the road) tre amici o tre amiche (in quest’ultimo caso ricoprivo l’identità di John Bosley il bolso coordinatore delle Charlie’s Angels). Il motore diffondeva nell’abitacolo un rumore insopportabile e quando ascoltavo, come supplemento uditivo, la musica proveniente dal registratore che il mio amico Ciccio teneva coraggiosamente sulle ginocchia, per tentare un abbozzo di conversazione, dovevo gridare come all’interno di una segheria. 
Moltissimi erano però i pregi della cinquecento: innanzitutto far sembrare il garage più grande (la parola garage mi fa sempre venire in mente l’intimidatoria frase scritta sul portone di un’autorimessa a Sampeyre: “Non parcheggiare GARAS!” probabilmente vergata dallo stesso tizio che vendeva “Fusò” al mercato). 
Mi ritengo fortunato ad aver posseduto una cinquecento di quarta mano, perché un’automobile che ha avuto più proprietari conserva in se ricordi, frammenti di discorsi, viaggi spensierati e corse drammatiche, baci e lacrime, incolonnamenti a funerali e vacanze. 
Forse le campagne di rottamazione hanno favorito la ripresa dell’industria automobilistica e ridotto le emissioni di anidride carbonica ma hanno ucciso centinaia di ricordi su ruote, veri e propri stralci di vita guidati da nuovi inconsapevoli proprietari.

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