Re Ferdinando e la montagna incantata

È notte fonda all’ospedale Antonio Carle. Le luci al neon della mia camera si accendono improvvisamente e un signore anziano, sorretto da un infermiere, viene fatto accomodare nel letto accanto al mio. Il suo comodino, rimasto inutilizzato per settimane e abusivamente occupato dai miei fumetti, viene rapidamente svuotato da un’infermiera assonnata. 
Io ho diciannove anni, sono reduce da un pneumotorace ed ho un nuovo compagno di stanza che si chiama Re Ferdinando, nome singolare, a cui i dottori, prima di ogni visita, dedicano un piccolo e bonario inchino. Ha un’ottantina d’anni e in gioventù si occupava dei collegamenti elettrici nei rifugi alpini. Ama parlare del suo lavoro, delle giornaliere ascensioni sulle cime, della fatica che lo porta a sudare moltissimo, senza mai cambiarsi, anzi lasciandosi asciugare dalle fredde correnti montane, imprudenza che non l’ha privato di una salute di ferro (in realtà da quarant’anni viene periodicamente ricoverato per una tisi recrudescente…). 
Un uomo buono con delle curiose manie: non gradisce i regali che i pa-renti, in visita, gli offrono, rimandando sistematicamente al mittente caramelle e biscotti della salute (salvo poi apprezzare le mie merendine), rifiuta con sdegno di indossare una giacca da camera di fustagno che, ogni giorno, gli propone la moglie, preferendole una giacca a vento azzurra orgogliosamente portata sopra il pigiama (per rafforzare le sue ragioni, ama mostrare la praticità delle numerose tasche interne del piumino aprendolo ripetutamente come faceva il comico Mac Ronay). 
Uomo pragmatico, mi consiglia di non andare a fare la pipì in bagno in quanto è molto più comodo farla nel lavandino (quello dove mi ero appena lavato i capelli…). Ogni sera impacchetta la sua protesi nella carta di giornale ma, questa strana consuetudine gli costa molto cara, perché un’allieva infermiera, in un attimo di distrazione, getta quotidiano e dentiera nei rifiuti. 
Il Carle, l’ospedale che ci ospita, negli anni trenta era stato un sanatorio all’avanguardia ma, con la diffusione del vaccino antitubercolare e il conseguente debellamento della malattia, si è trasformato progressivamente nella succursale un po’ decadente del più moderno Santa Croce. 
Anche se non più utilizzate, molte vecchie strutture del “ventennio” adibite alla cura del mal sottile, negli anni ’80, sono ancora presenti. Per esempio i grandi balconi dove venivano spostati i letti durante le ore di sole per favorire l’assimilazione della vitamina D da parte dei pazienti, le antiquate prese audio, poste in prossimità dei letti, dove venivano inserite le cuffie in bachelite per ascoltare la musica. La sala cinematografica in disuso dove probabilmente venivano proiettati film “dei telefoni bianchi”, gli armadietti marroni che ricordavano nel colore e nella linea arrotondata la vecchia Littorina che collegava Saluzzo a Savigliano. Una biblioteca composta da un reticolo di scaffali stretti e alti, colma di volumi medici che portavano sulla copertina di tela la scritta anno XIV dell’era fascista e tra cui spiccava il poco invitante titolo “L’Espettorato”. 
L’ospedale, era affiancato da un bosco di abeti, una sorta di polmone aggiuntivo per chi aveva problemi di respirazione. Il parco era diviso in due da una recinzione che separava il reparto maschile da quello femminile. I ricoverati di tisi erano per la maggior parte giovani e il reticolato, veniva divelto più volte l’anno per facilitare fugaci incontri più o meno romantici. Pare che i medici chiudessero un occhio, ma che le suore-infermiere sollecitassero sempre il ripristino immediato della rete. 
Nei primi giorni di ricovero non avevo ancora potuto esplorare il vecchio ospedale perché il pneumotorace mi obbligava all’immobilità e l’unica mia distrazione era guardare, attraverso il vetro della finestra, le lontane cime delle montagne. Uscito dalla sala di rianimazione mi sentivo felice in quanto redivivo, ma respiravo faticosamente, ed ero magro e pallido come un diciannovenne non dovrebbe mai essere, lontano dalla normalità, vivevo in un incubo ambientato negli anni ‘30 steso in un letto a fianco di Re Ferdinando. Mi scoprivo dilaniato tra il comprensibile, ma eccessivo senso di apprensione dei miei genitori che mi regrediva all’infanzia e una precoce maturità imposta dalla convivenza con la morte. Quanto di più lontano esista dalla levità gioiosa dell’adolescenza.
Giorni, mesi, anni che non torneranno, che hanno segnato la mia vita e alimentato insicurezze ed errori e che forse solo ora, a cinquant’anni, tento di accettare immaginandomi sereno sulla cima di quella “Montagna incantata” intravista e sognata anni fa, ma purtroppo ancora oggi, troppo lontana.

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