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Il '68, la povertà e la Chiesa

Vorrei continuare la riflessione sul Sessantotto iniziata la volta scorsa e lo vorrei fare soffermandomi sul rapporto che esso ebbe con la Chiesa. 
Sarebbe presuntuoso voler racchiudere in poche righe una relazione molto complessa e variegata capace di tenere insieme posizioni alle volte contrastanti tra loro ma che diedero vita al volto della Chiesa che oggi è sotto ai nostri occhi. Nello stesso tempo, sarebbe necessario indagare il rapporto tra il Concilio Vaticano II che si era appena concluso e il movimento del ’68. Rimandiamo per questo ai numerosi testi che sono stati scritti sul tema.
Questa volta vorrei puntare la mia attenzione su un aspetto che fa parte di quello che si potrebbe chiamare “Stile evangelico” ma che in quel periodo venne posto al centro dell’attenzione e considerato, a giusto titolo, come fondamentale per la testimonianza cristiana. L’esigenza su cui vorrei riflettere e che il movimento del ’68 pone in primo piano è quella della Povertà. Nelle prossime volte forse prenderò in esami altri aspetti che mi paiono importanti per questo rapporto e cioè la Coerenza al Vangelo e la Politica.
Come alle volte solo i bambini o giovani sanno fare tenendo insieme radicalità, contraddizioni e incongruenze, il sessantotto pose la Chiesa - che nel 1965 aveva terminato il Concilio Vaticano II - di fronte ad una degli aspetti fondamentali e radicali del vangelo, quello della povertà.  
Mentre con gli interventi di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI in favore della distensione e della pace in piena Guerra Fredda, la Chiesa viene vista dagli Stati e dalle Istituzioni internazionali come un’istanza morale sempre più importante, dal suo interno, via via si fa forte la domanda e la richiesta di una Chiesa più povera e vicina ai poveri sia come istituzione sia come proposta di scelta personale. Il confrontarsi in modo radicale con le esigenze del Vangelo, grazie anche alla riscoperta della Parola di Dio, fa emergere la povertà non come semplice aspetto secondario ma come condizione sine qua non per la testimonianza cristiana. Ciò che si chiede alla Chiesa nasce da un’esigenza di radicalità che s’incarna in una povertà personale. Il confronto con il vangelo risveglia una sete di libertà anche nei confronti dell’istituzione Chiesa che è sempre più sentita come anacronistica perché appesantita da sovrastrutture che poco rispecchiano le istanze evangeliche.
Sempre più persone, comunità cristiane e parrocchie si pongono la domanda: siamo veramente obbedienti all’istanza di povertà evangelica o ce ne siamo allontanati? Non è che ci siamo imborghesiti, rannicchiati nei nostri privilegi, dimenticando i poveri?
Come risposta a questa domanda nascono molti gruppi di riflessione sul Vangelo spontanei o legati a sacerdoti carismatici – non solo le conosciute “Comunità di Base” – con dei risvolti il più delle volte molto pratici. La lettura e la riflessione sulla Parola di Dio non è legata ad un interesse intellettuale o di mera conoscenza ma come necessario supporto ad un’azione, ad un’attenzione verso i più poveri e verso il mondo missionario. Nascono gruppi missionari con lo scopo da un lato di leggere e approfondire il vangelo e dall’altro raccogliere aiuti da inviare in terre di missioni che il più delle volte sono anche le terre appena liberate dalla colonizzazione e maggiormente segnate dalla povertà. 
In questo spirito la nostra diocesi di Saluzzo proprio in quegli anni apre la missione diocesana in Camerun come gemellaggio con la diocesi di Maroua-Mokolo e vede il sorgere di vari gruppi missionari in tante parrocchie per sostenere questa iniziativa. 
Di fronte a questa storia anche diocesana, mi colpisce sempre di più la quasi scomparsa all’interno delle nostre comunità cristiane della domanda che l’istanza evangelica della povertà porta con sé, quasi che quell’aspetto non facesse più parte della testimonianza che i cristiani sono chiamati a portare nel nostro mondo.

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