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Il sessantotto, la Chiesa e la coerenza del Vangelo

Negli ultimi decenni, la riflessione sulla Chiesa ha subito un drammatico arresto. Si è assistito ad un progressivo disinteresse sia interno sia esterno rispetto alla domanda su che cosa dovrebbe essere e come dovrebbe strutturarsi la Chiesa sia rispetto alla sua forma interna, sia nel rapporto con il mondo civile, politico e sociale. Le cause e i momenti di questo fatto sono molti. Vorrei provare a soffermarmi, da un lato, sulla possibile ragione di questo progressivo svuotamento della riflessione sulla Chiesa, e dall’altro sull’urgenza di riprendere la questione e di lasciarci nuovamente provocare da essa. Questa, infatti, non è una questione “da salotto” e neppure “per iniziati”, ma va a toccare in profondità l’essere di tutti coloro che si dicono cristiani.
Proprio qui ritroviamo il secondo pungolo che il “movimento del sessantotto”, negli anni settanta, aveva posto alla Chiesa che da pochi anni aveva celebrato il Concilio Vaticano II. Se il primo – che abbiamo affrontato la volta precedente – era il pungolo della “povertà”, il secondo fu quello della “coerenza al vangelo”. 
Ora, in che rapporto stanno il volto della Chiesa e la “coerenza al Vangelo”? Immediatamente sembrerebbe che non ci possa essere alcun legame e alcun richiamo tra questi due ambiti. Oggi il loro rapporto non è sentito come problematico, forse perché si crede che in fondo facciano parte di mondi e dimensioni diverse del vivere. Malgrado papa Francesco, oggi addirittura sembrerebbe che il volto della Chiesa, il modo di porsi nei confronti del mondo in tutte le sue forme e dimensioni, o non abbia a che vedere con il vangelo o comunque viaggi parallelo alla coerenza a quella Parola che ha preso carne nella vita di Gesù. 
Il Sessantotto, nella sua ricerca a volte aspra e contraddittoria di autenticità, trasparenza, vedeva nella coerenza uno dei criteri a partire dal quale valutare ogni istituzione politica, sociale e culturale. Il rapporto con la Chiesa fu subito sentito e vissuto come centrale perché essa, alla stregua dello Stato, incarnava l’immagine di ciò che si doveva rinnovare. Inoltre, non si può dimenticare il fatto che in Italia proprio la componente “cattolica” fu molto importante all’interno del movimento. Le sedi universitarie della Cattolica di Milano e della Facoltà di Sociologia di Trento (quest’ultima voluta da alcuni esponenti della Democrazia Cristiana per poter fondare una sociologia “cristiana”) furono tra i luoghi dove per primo si sentì il vento del rinnovamento.
La domanda che si poneva a quel tempo all’interno della Chiesa uscita dal Concilio e all’interno della parte cristiana del movimento era: ma siamo realmente coerenti con il Vangelo? La Chiesa in ogni sua forma, anche nella sua struttura di gestione del “potere”, lo rappresenta in maniera autentica e trasparente? 
Forse sarebbe significativo oggi provare a rinnovare la riflessione sul nostro essere Chiesa sia nelle strutture che regolano le relazioni interne, sia nel suo pensare il rapporto con il mondo nel quale è chiamata a vivere, proprio a partire da quel rapporto con il Vangelo che nella coerenza, sempre da ricercare, la renderebbe volto di quel Dio che in questi giorni festeggiamo nella povertà del Natale.

 

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