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Il sogno della divisa

«Fin da piccolo ho avuto il sogno di indossare una divisa». 
Così Pietro Montano, sedicenne di Brossasco, figlio di Debora Astesano e José Gerardo Montano, motiva la sua scelta di studiare presso la Scuola Militare Aeronautica “Giulio Douhet” di Firenze.
Ha frequentato i primi due anni di scuola superiore al Liceo Classico Bodoni di Saluzzo e lo scorso settembre, dopo aver superato un impegnativo concorso pubblico, si è trasferito a Firenze: oggi frequenta il terzo anno del classico presso la Scuola militare.
Come hai fatto entrare in questa scuola?
«Per poter frequentare la scuola ho dovuto fare la domanda, durante il secondo anno di liceo, per partecipare al concorso pubblico di accesso. Dopo aver affrontato una serie di prove, tra le quali test di natura logico-deduttivi, visite mediche, prove fisiche e una prova a carattere culturale, sono riuscito a coronare il mio sogno». 
Che tipo di scuola si tratta?
«La Scuola Militare Aeronautica “Giulio Douhet” è un istituto statale di istruzione secondaria di secondo grado; si paga una piccola retta proporzionale al proprio reddito familiare, con possibilità di esenzione in base al rendimento scolastico e accesso a borse di studio donate da associazioni e personalità legate al mondo aeronautico e non solo».
Quali difficoltà hai incontrato?
«Inizialmente la lontananza dai miei genitori, dai miei nonni, dalle mie amicizie ed il fatto di essermi trovato in un ambiente con abitudini totalmente diverse da quelle a cui ero abituato. Ciò che mi ha permesso di andare avanti è stato il fatto di non essere solo: con me, infatti, c’erano altri ragazzi provenienti da tutta Italia nella stessa situazione. Ragazzi che come me avevano deciso di mettersi in gioco per inseguire il proprio sogno. Questa è stata una delle prime cose che ho imparato quando sono entrato nella Scuola e l’importanza della collaborazione, dello spirito di squadra, della lealtà; sono valori che quotidianamente vivo insieme ai miei “pari corso”».
Come si sviluppa la tua settimana scolastica? 
«Si sviluppa dal lunedì al sabato. La mia giornata inizia alle 6.30 con il suono della sveglia che dà il via alle “pratiche” mattutine: si inizia con ripiegare le lenzuola del proprio letto, anche detto fare il “cubo”, farsi la barba per i ragazzi e lo chignon per le ragazze, indossare l’uniforme. A seguire c’è la cerimonia dell’alzabandiera, la colazione e, dalle 7.40 alle 13.15, le lezioni. Nel pomeriggio ci sono attività che possono essere ulteriori ore di lezione, studio obbligatorio oppure attività sportiva. La domenica è possibile andare a messa e, nel pomeriggio, uscire per la città di Firenze».
Le uscite sono rigorosamente in divisa, infatti, quando Pietro è tornato in Piemonte per la prima volta, durante il ponte dell’Immacolata, erano quasi tre mesi che non indossava abiti civili.
Dal punto di vista scolastico ci sono delle differenze rispetto ad un liceo normale?
«Rispetto al classico che frequentavo ci sono differenze dal punto di vista didattico. Le ore di lezione sono potenziate per alcune materie, per esempio greco, inglese e matematica, per un totale di 38 ore a settimana. Lo studio delle lingue straniere è un aspetto fondamentale: infatti è obbligatorio lo studio della seconda lingua, il francese, oltre all’insegnamento anche in lingua straniera di materie come storia dell’arte e storia. Le differenze sono anche nello sport: atletica, nuoto e scienze motorie sono attività settimanali alle quali partecipano tutti; ci sono poi altri sport facoltativi quali scherma, basket, pallavolo o tiro a segno sportivo oltre ad allenamenti personalizzati per coloro che hanno rendimenti sportivi sopra la media. Io sono differenziato in atletica, uno sport che non avevo mai preso in considerazione in quanto ho sempre giocato in squadre di calcio ma che ora inizia ad appassionarmi».
Hai già pensato a cosa farai in futuro?
«Mi piacerebbe continuare il percorso che ho intrapreso provando il concorso per accedere all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli oppure a quella dell’Esercito e Carabinieri di Modena. Sono felice di aver fatto questa scelta: oltre che una grande soddisfazione personale, è anche il (mio) modo di dimostrare che i ragazzi che hanno voglia di impegnarsi, che si mettono in gioco, possono raggiungere qualsiasi risultato e piano piano, perché no, riuscire un giorno a migliorare un po’ la società nella quale viviamo».
francesca dentis

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