Il freno a languore

La Fiat 1300 azzurro cielo di nonno Giovanni sta percorrendo tortuosi tornanti in salita e pare avvitarsi in spirali simili a stelle filanti. Seduto sul sedile posteriore guardo il nonno che innesta le marce utilizzando il cambio al volante e, ruotando la testa, il muso baffuto e famigliare della piccola 850 blu che ci segue, guidata da mio padre. Di fianco a me Zia Sofia, inquieta e ansiosa, si regge con entrambe le mani alla maniglia di cortesia situata sopra la portiera e, per distrarsi dai pericoli della strada, cerca di intavolare una conversazione con sua sorella (mia nonna Ines). La nonna indossa un paio di occhiali da sole spigolosi che le conferiscono un aria ostile e, mentre risponde a monosillabi, accarezza Diana, il volpino accucciato sulle sue ginocchia, adottando le stesse movenze di Adolfo Celi, quando liscia il pelo al gatto della Spectre. 
Il divanetto posteriore in finta pelle non dà possibilità di appiglio e, ad ogni curva, scivolo prima a destra e poi a sinistra, seguito nei movimenti dal piumino rosso antipolvere appoggiato sulla cappelliera del lunotto posteriore. L’odore penetrante della benzina mi annebbia i sensi e la caramella alle erbe alpine offerta da Sofia alimenta una sgradevole sensazione di nausea. Dietro ogni curva, nascosta tra la vegetazione, c’è una Madonnina sempre diversa, che pare vigilare sulle instabili traiettorie delle auto assicurandone l’arrivo a destinazione (al termine dei tornanti, ci aspetta il Santuario di Valmala). Questa volta, eccezionalmente, la meta del picnic è stata pianificata in anticipo, perché in genere, il luogo dove consumare il pranzo en plein air, viene scelto in modo estemporaneo. Il nonno, dotato di un appetito formidabile che non ammette deroghe, possiede un curioso automatismo che collega il primo languore del suo stomaco al pedale del freno e all’indicatore di direzione. La sua fame propone, come luoghi idonei a consumare il pranzo domenicale: discariche, cimiteri, cortili di sfasciacarrozze, spiazzi con cumuli di letame, canali di scolo, tutti posti meno attraenti del cortile di casa sua. Quando si ferma in uno di questi graziosi anfratti, viene immediatamente  ripreso da tutta la famiglia con l’esclamazione “ma Giuanin!” (coro greco che, come in una commedia di Aristofane, sottolinea le sue azioni). 
In seguito alle lamentele, il nonno riprende la ricerca di un posto più accettabile premendo bruscamente il piede sull’acceleratore e contemporaneamente tirando il freno a mano ai suoi succhi gastrici. 
Ma torniamo ai tourniquet. Accorgendosi del mio pallore, la zia mi mette in bocca un’altra caramella (questa volta all’archibus) attribuendomi, il nomignolo di “raneta”. Sofia ama rivolgersi ai bambini con appellativi bizzarri: il già citato “raneta” (piccola rana), “raneta bela” (piccola rana bella), “buseta” (che non traduco) e raramente “gnetu” (maialino, piccolo suino). Questo ultimo termine viene usato con parsimonia dalla zia da quando una mamma, dopo averlo sentito affibbiare al suo dolcissimo pargolo, le ha chiesto se, per favore, poteva non chiamare il figlio maiale. 
Finalmente arriviamo al santuario. È abbastanza presto, ma alcune auto sono già sistemate sul piazzale. Il nonno vorrebbe parcheggiare vicino ai tavoli entrando nella zona preclusa alle automobili, per esaudire la sua abituale parsimonia di passi, ma soprattutto per consumare, il più presto possibile, il pranzo lungamente atteso e desiderato (naturalmente viene ripreso con il solito “ma Giuanin!”). Dal bagagliaio della 1300 la nonna e la mamma estraggono, come maghi dal cilindro, le vettovaglie. Mentre ci avviciniamo al tavolo in pietra, situato a destra del santuario, il profumo di polenta concia, diffuso dai tre ristoranti di Valmala, arriva inaspettato come un aperitivo offerto da uno sconosciuto (ma, per il nonno, questo aroma rappresenta una provocazione quasi insopportabile). 
Mio padre monta il tavolino aggiuntivo che viene accostato a quello in pietra, io mi siedo sulla panca in cemento che ha immagazzinato il freddo della notte, rilasciando un gelo che dai glutei sale su fino alla schiena. Le piccole seggiole apribili e instabili, vengono collocate sotto il tavolo, sul lato opposto della panca. La mamma copre con la lunga tovaglia a quadretti entrambi i ripiani, mentre il nonno scioglie nell’acqua fresca, raccolta dalla vicina fontana, una bustina di Idrolitina. 
Dopo aver apparecchiato con posate, piatti in ceramica, bicchieri e “dubiliter” di Grignolino si procede, tagliando con il coltello, dalla lama ondulata, una grande micca di pane. Ines prepara l’insalata in un grande “grilletto” mescolando fagiolini, pomodori tagliati, non a fette ma a quadratini, una “fisca” d’aglio, sale e olio.  Il tocco finale del nonno, una dose esagerata di asprissimo aceto di vino fatto in casa, sollecita il coro “ma Giuaninnnn!”. Seguono gli affettati, le uova sode, la frittata di zucchine, l’insalata russa, il prosciutto in gelatina, i peperoni con acciughe, il pollo in carpione e il formaggio Sbrinz che trasuda umidità (ed è così salato da farmi gonfiare la lingua). 
Questa volta, il fornellino a gas non è stato utilizzato per improvvisare una pasta asciutta e negli occhi del nonno colgo un ombra di melanconia. Passiamo così ai dolci, una torta margherita con tanto zucchero a velo, biscotti “Strudel ai fichi” Pavesi e “Lingue di gatto” Lu.  Al termine viene distribuito, negli stessi bicchieri di vetro usati durante il pasto, un caffé tiepido e troppo zuccherato conservato nel thermos. Un goccio di “Vov” fatto in casa, perfeziona la dose di calorie della giornata. 
Mentre dentro una bacinella di moplen, colma di acqua gelida, vengono lavate le stoviglie e il nonno, ex tabagista, insegue nostalgico il fumo di una sigaretta, mi distraggo giocando a palla con Diana. Con un lancio maldestro faccio rimbalzare la pallina verso il pendio della montagna e il volpino, per inseguirla, si butta a capofitto tra i rovi della fittissima vegetazione, scomparendo dalla mia vista. Per quindici interminabili minuti il cane viene inghiottito da un buco nero, nonna Ines mi sgrida come non aveva mai fatto ed io sento la mia faccia ribollire in preda ai sensi di colpa. Quando Diana ritorna con la palla in bocca, la famiglia gioisce ma, i miei occhi gonfi per le lacrime trattenute, non cessano di esprimere smarrimento.  Per restituirmi un po’ di serenità, la nonna mi regala una macchina fotografica di plastica (guardando dentro il suo obiettivo posso vedere otto immagini fotografiche di Valmala) acquistata nel negozio di souvenir e, compra per sé, un magnete da applicare al cruscotto di lamiera dell’auto, un’immagine della Madonna con la scritta “Benedicici e proteggici” (la famosa calamita contro le calamità).
Entriamo all’interno del santuario, le fiamme delle candele tremano quando apriamo la porta d’ingresso e il cigolio della cerniere sembra far vacillare anche le luci delle lampadine. Il freddo intenso e l’umidità che traspira dai muri enfatizzano l’infantile drammaticità degli ex voto: un uomo che mette un piede su una bomba anticarro, un cavallo che disarciona un contadino, cacciatori maldestri che si sparano a vicenda, navi che affondano, forse, potrei aggiungere un mio disegno con Diana che si lancia nel dirupo inseguendo la palla. 
Usciamo dalla chiesa e dopo aver steso un plaid scozzese sull’erba ci riscaldiamo offrendo il nostro pallore ai raggi del sole. Chiudo gli occhi e percepisco in lontananza il rumore di bocce che si scontrano e il conseguente vociare dei giocatori. Alle 16,00 i villeggianti si avvicinano all’ingresso del santuario e gli altoparlanti cominciano a diffondere il rosario. Il gruppo di persone in piedi davanti a me, non mi consente di vedere chi sta dirigendo le orazioni, forse la voce non proviene da una persona, ma vive di vita propria (ecco a cosa si riferisce il nome della pubblicazione in distribuzione all’interno della chiesa “la voce di Valmala”). 
Al ritorno le auto ripassano le curve con indifferenza, accompagnate dal fiato dei nostri sbadigli. Gli avanzi del pranzo riposano nel bagagliaio e nelle tasche della giacca, mio padre ha conservato un po’ di aria fresca da respirare lunedì, nel suo afoso ufficio di Torino. Torniamo a casa del nonno in tempo per “Novantesimo minuto” e lo stupore per la vittoria dell’Inter sulla Juventus ha il profumo miracoloso di Valmala. La cena si svolge attorno ad un’insalata condita con troppo aceto che il coro, ormai stanco, decide di non commentare.
 

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