L'orologio volante

Ho due anni e oggi è una rovente domenica d’agosto. Dopo aver parcheggiato, all’esterno del portone d’ingresso del grande condominio di corso Roma il mio passeggino, ho preso per mano i miei genitori e ho faticosamente salito le scale fino al secondo piano, dove abitano i nonni paterni. Al ritorno dalla visita, mi aspetta una brutta sorpresa: al piccolo mezzo di trasporto è stato asportato l’ombrellino parasole da qualche ignoto (e indubbiamente originale) Arsenio Lupin. 
Il conseguente rientro a casa, con fastidiosa esposizione ai raggi del sole, mi ha introdotto, per la prima volta, all’inesplorato mondo dell’appropriazione indebita. 
Non ho più sentito parlare di ladri fino a quando, zia Rina, mi ha fatto dono di un intero set di magliette di cotone decorate con grandi righe orizzontali bianche e nere. Quando nella via in cui abito il nutrito gruppo di bambini che la anima, gioca a “guardie e ladri” queste t-shirt mi costringono d’ufficio ad interpretare la parte del malvivente (copione che rappresento al meglio, anche se con un po’ di rammarico). 
Anni dopo, tornando a casa da scuola, sento sbraitare l’anziana ed eccentrica signora che abita all’ultimo piano del condominio adiacente casa mia: “Ragazzino, dico a te ragazzino!”. La guardo in modo interrogativo e, per sottolineare lo stupore di essere l’oggetto del suo interesse, appoggio l’indice della mano destra sul mio petto. Sporgendosi dal balcone e accostando entrambe le mani alla bocca, per amplificare ulteriormente le sue parole, continua a gridare: “Si, sto parlando con te che ogni giorno, a quest’ora, passi sotto il mio terrazzo”. “Ieri, spolverando la tovaglia mi è caduto l’orologio d’oro, e tu, dopo averlo raccolto, lo hai messo nella tua cartella!”. Disorientato dalle sue affermazioni e dagli sguardi dei vicini così curiosi e taglienti da trapassare le tende in organza appese alle loro finestre, le rispondo: “Le assicuro che non ho visto, né raccolto nessun orologio”. “Non fare il furbo l’orologio da polso è mio, e me lo devi restituire!”. Dopo questa ultima affermazione la saluto senza tentare ulteriori mediazioni anche perché la bizzarria della donna, difficilmente arginabile, mi è ben nota. 
Ma quando anni dopo la signora Franca, che abita al primo piano, mi ha raccontato (trattenendo a stento le risate) che la suocera ultranovantenne, mi ha visto forzare il suo portagioie per ripulirlo di braccialetti e collane di perle, ho sinceramente pensato di avere un sosia ladro. Ho immaginato il mio perfido clone portato in processione come la Madonna di Pompei, coperto di orologi d’oro, braccialetti, collane di perle (e magari con le tasche farcite con biglietti da mille lire anni ‘50 grandi come lenzuola). Forse l’irriverente fantasia del mio feticcio-malandrino esibito in corteo, non è poi così improponibile, considerando che la parola “mariolo” si riferisce ai bambini che derubano i fedeli durante le processioni mariane. 
Secondo me anche copiare a scuola può essere considerato un furto. In fondo sbirciare nel compito del compagno è come saccheggiare lo studio degli altri, un ladrocinio rivolto alle ore dedicate ai libri dagli studenti volenterosi, un vero e proprio scippo all’altrui intelligenza. Nella mia classe delle superiori la matematica viene studiata (e capita) solo da Marilena la nostra compagna figlia di una docente delle medie. Il nostro dolcissimo ma inadeguato professore di matematica, durante i compiti in classe assegna esercizi diversi per file di banchi: fila numero uno e fila numero due. Marilena, dopo aver valutato quale dei due esercizi è più fattibile, lo risolve e poi lo passa a tutta la classe che pedestremente si limita a copiarlo (mantenendo deliberatamente la numerazione della fila originariamente assegnata). Curiosamente al momento della consegna dei compiti corretti, tutti identici tra loro, il professore attribuisce voti completamente diversi. 
In questo caso il furto non nasce dall’iniziativa di un singolo delinquente, ma è frutto di una criminalità più o meno organizzata (“I Soliti ignoti dell’equazione” che perpetrano il reato in modo “sci-scientifico” come avrebbe balbettato “Peppe il pantera” - Vittorio Gasmann). 
Una volta ho compiuto, distrattamente, addirittura un’effrazione. Con la chiave della mia Panda Young bianca ho aperto la portiera di una panda, esattamente identica, parcheggiata a fianco della mia (destino dell’uomo comune e del suo corredo di oggetti massificati). Mi sono seduto tranquillamente al posto guida e solo dopo aver notato una rivista appoggiata sul sedile a fianco (una copia di “Intimità”) ho capito di essere entrato nell’auto sbagliata (e compreso il vero significato della esternazione che accomuna  tutti coloro che subiscono la visita dei ladri: “Non è per quello che hanno portato via, ma è che hanno frugato nella mia intimità”). 
Quando veniamo colti a “rubare” un carrello della spesa al supermercato (ossia a spingere con distrazione, non il nostro rettangolo su quattro ruote, ma quello apparentemente abbandonato da un altro ignoto cliente) ci sentiamo stupidi esattamente come quando un piccolo cane randagio, ignorando tutti gli altri passanti, ci manifesta ostilità, abbaiando reiteratamente nei nostri confronti. La frase pronunciata per giustificare lo scambio di carrelli è sempre la stessa: “Scusi, mi sono confuso … è che abbiamo acquistato prodotti molto simili” (anche se la spesa dello sconosciuto acquirente depredato include: cibo per cani San Bernardo, un sombrero, cesoie per lamiera, collante per ciglia finte e il cd “Quant’é bello lu primm’ammore” di Tony Santagata). 
Rubare il posto a chi è in coda davanti a noi è meschino e deplorevole. Spesso, quando frequento sale d’aspetto di dottori o uffici pubblici, porto con me una valigia in finta pelle marrone che contiene un blocco notes, fogli formato A4 e pennarelli. Per ottimizzare il tempo, altrimenti sprecato in interminabili ore d’attesa, ne approfitto così per disegnare vignette o ideare battute. 
La sala d’aspetto del dottore oggi è occupata da una decina di persone tra cui un signore anziano con la tosse stizzosa, alcune “madamine” lamentose e due bambini che si rincorrono attorno ad un tavolino ingombro di vecchie riviste. Quando entro nel piccolo atrio che introduce alla sala d’aspetto percepisco, negli sguardi degli astanti, una certa tensione. Mi siedo sull’unica sedia libera, quella più vicina alla porta di vetro smerigliato dove campeggia in corsivo il nome e il cognome del dottore. Sistemo la borsa sulle ginocchia e, mentre frugo al suo interno, avverto ancora occhiate di disapprovazione. Un signore sulla cinquantina sibila: “Oggi ne sono già passati due, si accomodano e dopo pochi minuti entrano nello studio passando davanti a tutti”. “Capisco, è il loro lavoro, ma io e mio figlio aspettiamo il nostro turno da più quattro ore!” dice con veemenza una delle mamme. “Questo, oltretutto, mi sembra più antipatico di quello prima” sentenzia l’anziano con la tosse. 
Lentamente e con poca perspicacia (ancora subisco le conseguenze dovute alla vecchia insolazione causata dall’ombrellino rubato) comprendo che i pazienti in attesa del loro turno, mi hanno scambiato per un informatore medico. Do-po aver avuto la tentazione, un po’ gaglioffa, di sfruttare il malinteso per saltare la coda, comunico la mia vera identità tra sospiri di sollievo e colpi di tosse liberatori dei poveri (im)pazienti. 
Forse non tutti i furti devono essere considerati in modo negativo, per esempio, come affermano i vecchi artigiani, il lavoro non deve essere insegnato, ma si ruba (guardando con attenzione come viene eseguito dai “vecchi” del mestiere, dotati di maggiore esperienza). In fondo tutta la nostra vita è un continuo susseguirsi di furti subiti e commessi e se qualcuno volesse sapere chi ha rubato i sogni e le aspirazioni della nostra gioventù, sappia che il responsabile lo possiamo scoprire semplicemente guardandoci allo specchio.
 

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