I gamberetti calabresi

Uno dei luoghi comuni più logori è quello che afferma che “le cose brutte capitano tutte insieme” e, come tutti gli stereotipi, purtroppo, ha un fondamento di verità. 
Nei primi giorni di gennaio mio padre ottantenne, accusa vari malanni: stanchezza, inappetenza, difficoltà respiratorie e dolori alla schiena acutissimi. Potrebbe trattarsi di un semplice male di stagione o di una brutta influenza sfuggita all’opera di prevenzione del vaccino. Dopo l’assunzione di antibiotici il quadro clinico non migliora, ma addirittura si aggrava rendendo necessari accertamenti ospedalieri. L’ambulanza arriva sotto casa e mio padre viene accompagnato al pronto soccorso di Saluzzo. Le ore di attesa in barella sembrano interminabili, le domande poste dai dottori e dal personale infermieristico si ripetono sempre uguali come litanie (signor Piero dove ha male? Quanti anni ha? Ha accusato episodi febbrili?). 
Il corridoio del triage è gremito di pazienti e il caldo diffuso dai radiatori è insopportabile, non mi resta che aspettare gli esiti clinici cercando di sostenere contemporaneamente l’ansia e il pesante piumino appoggiato sul braccio. 
Verso mezzanotte, cerco di placare l’urgenza di un appetito, più nervoso che concreto, al distributore di panini. La scelta proposta dall’infernale erogatore a monete, spazia fra tramezzini farciti con gamberetti in salsa rosa e panini imbottiti con salame calabrese. (Chi sceglie il menù dei distributori di snack dell’Asl? Il marchese De Sade? Charles Manson?). Ingurgito entrambi i sandwich, innaffiando il tutto con una bottiglietta di acqua gelida e frizzantissima. 
I dottori, dopo un breve consulto, decidono di trasferire il signor Piero a Savigliano per ulteriori accertamenti. Seguo l’ambulanza con la mia auto nel buio della notte. 
L’ospedale di Savigliano è molto più grande e affollato. Nel corridoio del pronto soccorso una suora stesa su una barella e un anziano reduce da un incidente in bicicletta mi porgono un cenno di saluto. Mio padre deve sottoporsi ad una Tac per scongiurare complicazioni polmonari. Un’infermiera non particolarmente gentile, prima di accompagnarlo all’ambulatorio di medicina nucleare, gli raccomanda di allineare le braccia lungo il corpo per evitare di urtare spigoli e parti sporgenti. Mentre la barella viene spinta nell’ascensore, mio padre notando che le porte scorrevoli si stanno per serrare, di riflesso alza una mano per fermare il sensore di chiusura. L’infermiera notando il suo movimento repentino urla irritatissima “Le avevo detto di tenere le mani a posto!!!” (Frase che estrapolata dal giusto contesto, soprattutto in epoca di “me too”, potrebbe causare un certo imbarazzo). Diagnosi post falsa-molestia: bronco polmonite bilaterale acuta e conseguente trasferimento e ricovero con lunga degenza di un mese al reparto medicina di Saluzzo. 
Dopo qualche giorno Margherita, mia zia novantenne, durante una visita di cortesia a mio padre, perde l’equilibrio e cade rovinosamente a terra (non prima di aver cercato di salvarsi appigliandosi al tubicino della fleboclisi che idrata il povero signor Piero). Subito viene portata al pronto soccorso. Io la seguo, ormai con una certa dimestichezza, rivedo le stesse infermiere e ascolto nuovamente le solite reiterate domande. Giubbotto in mano alle 23.30, mi ritrovo ad inghiottire un panino al salame calabrese e a bere, d’un fiato, il succo di iceberg. Anche in questo caso viene deciso il trasferimento presso il pronto soccorso di Savigliano. Dopo aver tallonato come Philip Marlowe anche questa ambulanza, sistemo l’auto nell’ormai abituale parcheggio. La diagnosi non da possibilità d’appello: frattura al femore sinistro. 
La mattina successiva accompagno mia madre ad una doppia visita di controllo prenotata da tempo, prima a Cuneo al Santa Croce e poi a Confreria al Carle e, a pranzo, addento un panino imbottito (già sapete con cosa). 
Ma quando due giorni dopo, mia suocera in seguito ad una caduta accidentale si procura un trauma cranico e viene portata al pronto soccorso di Savigliano per accertamenti, saluto gli infermieri dando loro “il cinque” e dopo aver fatto merenda con salame in salsa rosa (o con gamberetti calabresi, non ricordo) salgo al terzo piano da mia zia che, nel frattempo, si è appena risvegliata dall’operazione. 
Ritorno nel parcheggio, salgo sulla mia auto che occupa il posto macchina con la dicitura in grassetto “Riservato Audisio” e rientro all’ospedale di Saluzzo per un saluto a mio padre. Mentre mi avvicino, passeggiando, alla porta d’ingresso del nosocomio saluzzese (fantasticando di farmi tatuare la scritta Asl Cn1 su un mio bicipite molliccio), incontro un conoscente, che si sfoga con me, lamentandosi della routine che sta avvelenando la sua esistenza. Non mi irritano le sue recriminazioni, figlie di un apparente superficialità o assenza di problemi, perché sono consapevole che il bingo della sfiga e il superenalotto della calamità ogni giorno ha un vincitore diverso e nessuno può esimersi dal ritirare il “premio” che il destino, suo malgrado, gli assegna. 
Quello che mi disturba è invece una pubblicità trasmessa la sera in tv, proprio mentre, indossando una lisa tuta grigia, sfoglio le cartelle cliniche della mia famiglia. Il protagonista dello spot, un uomo che ha pressappoco la mia età, sta contemplando il tramonto mentre assapora una tazza di caffé fumante. Socchiude gli occhi cerulei ed è conscio del suo carisma, arricchito da un fisico sportivo e da un look impeccabile (camicia botton down che pare gli sia stata cucita addosso e golfino di cachemire che avvolge il suo collo modiglianesco, proteggendolo dalla frescura). Si capisce dalla sicurezza con cui impugna il manico della tazza che la sua è un’esistenza costellata di successi, impreziosita da amicizie solide ed importanti, suggellata da un lavoro gratificante e una famiglia modello. La pelle del suo volto è liscia ma non glabra, i suoi capelli fluenti e ordinati, paiono cesellati con luminosi fili d’argento, mi pare addirittura che lo schermo diffonda il suo profumo, un dolce sentore di tabacco d’Harar. 
Nell’angolo sinistro della sua bocca noto però una smorfia, una ruga che lascia intravedere una piccola insoddisfazione, un vuoto che non conduce a pieno compimento una vita altrimenti perfetta. Ebbene dopo aver raccolto le mie ultime energie immagino di colmare personalmente quel suo senso di vuoto con un piccantissimo tramezzino dell’Asl, una misera soddisfazione lo ammetto, che però ha il merito di regalarmi, per una notte, sei ore di sonno sereno.

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