La parabola della sissania

2 luglio 1977. Il frigorifero di casa è sbrinato e completamente vuoto. Un quotidiano ripiegato più volte su se stesso infilato nella porta del vecchio Telefunken ne impedisce la chiusura. Nel corridoio sono allineate le valigie che contengono gli indumenti indispensabili per tre settimane, un sacco di tela con quattro infarinate del panettiere Salvagno e un contenitore termico che accoglie tagli di manzo piemontesissimo (la carne in Liguria non è buona e costa cara). 
I rubinetti che erogano il flusso del gas, dell’acqua e della luce sono stati chiusi, i letti accuratamente rifatti con lenzuola pulite e i pavimenti lavati. “Così, in caso di eventuali visite dei ladri, non faremo brutta figura” ama ripetere ogni estate mio padre prima di chiudere la porta di casa con tripla mandata. 
Da anni la nostra destinazione per le vacanze è Savona, scelta bizzarra motivata dall’acquisto del nonno di un alloggio nella città ligure a un prezzo irrisorio (e poi si capirà il perché). Località non turistica per definizione è principalmente conosciuta per il suo porto, da dove grandi navi, cariche di Fiat 128, partono per gli Stati Uniti e per la presenza, nel comune-satellite di Vado, di un cantiere dove vengono smantellate enormi petroliere arrugginite provenienti dalla Turchia e da Panama (insomma, non propriamente “Il Golfo dei Poeti”). 
Il poter trascorrere per molti anni le vacanze nella stessa città offre l’occasione di vivere una vita parallela con un conseguente alternativo ventaglio di conoscenze ed opportunità. La nostra famiglia profondamente radicata nella provincia Granda, prevalentemente agricola e sonnacchiosamente democristiana, si trova così proiettata in un capoluogo di provincia operaio ed estremamente politicizzato come un avamposto del PCUS. A Savona, infatti, in tutti i quartieri, è attiva una sezione del PCI. Ogni vicolo è decorato da bandiere rosse, gigantografie di Togliatti e murales di Che Guevara. I giardini del Priamar sono animati da ininterrotti Festival dell’Unità con conseguenti grigliate di pesce e serate di liscio, manifestazioni di femministe che si riappropriano del loro corpo e concerti degli Inti Illimani. La melodia di “Fischia il vento”, che viene incessantemente trasmessa da gracchianti amplificatori posizionati sul tetto di utilitarie sempre in movimento, ci ricorda in ogni istante che Savona è una città di sinistra (e io, a dieci anni, per la prima volta mi rendo conto di vivere negli anni ‘70). 
Quando all’ora di pranzo alcuni attivisti di “Lotta Continua” suonano alla porta per offrire una copia della loro pubblicazione, mio padre, che sfoggia un’abbronzatura da muratore e indossa una bianca canottiera proletaria, aiutato da una fisionomia e pettinatura leggermente simile a quella di Enrico Berlinguer, risponde con un abile ma, plausibilissimo, “Abbonato!”. 
L’alloggio è situato nella via Gaetano Donizetti (che fa parte del popolare quartiere denominato Le Fornaci), una strada che si affaccia sul mare, composta da alti palazzi fine ’800, con verdi persiane alle finestre e pavimenti in graniglia nera a gettata unica, decorati nei bordi, con artistici disegni a mosaico. 
Come spesso accade nelle seconde case, l’arredamento pare un puzzle costituito da tasselli diversi. Vecchi mobili con gambette chippendale affiancano armadi di recupero in multistrato marrone, pensili di formica bianca si abbinano ad appendiabiti di legno dell’inizio del secolo, quadri appartenenti a rami della famiglia a me sconosciuti, si accostano a lampade simil art decò. In una piccola libreria, sonnecchiano annate intere di Selezione del Readers’s Digest degli anni ‘60 in cui io, pigro lettore, ricerco solo barzellette e freddure. 
Nell’armadio laccato dell’ingresso decine di vecchie “Settimane Enigmistiche” già completate in ogni sua parte, mi offrono moltissime vignette che leggo e rileggo, invece di completare l’odiato libro dei compiti delle vacanze. 
Nell’alloggio non manca nulla, ma tutto è un po’ “diverso”. La caffettiera non è una moka, ma una napoletana, non c’è la vasca da bagno, ma la doccia e il campanello d’ingresso fa solo “Din!” (il “Don”, probabilmente, è stato ostacolato dalla locale sezione del PCI - Le Fornaci). 
Il dialetto ligure, e in particolare quello savonese, non prevede l’uso della lettera zeta. Indimenticabile la lettura del sacerdote, della vicina chiesa dedicata alla Madonna della Neve, della parabola della “sissania” (ma anche quelle inerenti i personaggi biblici di “Sebedeo”, “Saccheo” e “Saccaria” non sono male). 
L’alloggio è dotato di soli due punti luce (la finestra rivolta verso la via, curiosamente, si chiude con una saracinesca, co-me un negozio) è affiancato dal laboratorio di un panettiere rumoroso e ciarliero. Il fornaio, a partire dalle due di notte, canta “Ti amo” di Umberto Tozzi e ordina perentoriamente al figlio: “Belan, passami il burro” (che secondo un loro codice crittografato, significa passami lo strutto) o “belan passami la farina” (che fortunatamente è di grano e non di sissania). Il potente forno elettrico combacia con il muro della stanza da letto dei miei genitori che di notte diventa rovente come un garage di lamiera a Tripoli. 
Via Donizetti, da un lato costeggia il lungomare, costantemente percorso da ambulanze che si rincorrono con le loro sirene per raggiungere l’ospedale più grande della riviera di ponente, mentre sul lato opposto è chiusa da cavalcavia che ospita la strada ferrata, percorsa da un transito continuo di treni merci che cigolano e fischiano. 
Savona non offre grandi attrattive notturne ma, obbiettivamente, per un motivo o per l’altro, in questa città non si dorme mai. Il parcheggio a lisca di pesce è sempre occupato da rarissime auto olandesi Daf Variomatic in quanto la via è abitata da un numero impressionante di invalidi del lavoro del vicino porto di Vado. Arti mancanti, protesi, occhi di vetro sono la triste normalità (all’inizio pensavo fossero pirati in pensione). Quando quattro anziani invalidi giocano a carte seduti al bar dell’angolo, il loro tavolino esibisce inquietantemente otto gambe di legno! 
I bagni Cavour, la spiaggia privata dal no-me risorgimentale che si affaccia sulla via è poco più che una baracca di legno ed è gestita dall’anziana Angelina (chiamata Anzolina qui con la zeta, chissà perché?). Il suo, nel passato, era stato il lido più esclusivo di Savona, dotato di un’elegante rotonda in muratura che fu completamente distrutta durante un bombardamento degli alleati. Amica di Sandro Pertini, di cui conserva decine di lettere, all’imbrunire si commuove offrendo le briciole avanzate del suo piccolo chiosco ai gabbiani che la circondano affettuosi come bambini che fanno girotondo attorno alla maestra.
Solo adesso mi rendo conto, che i miei genitori, allora, avevano poco più che trent’anni. 
Mi manca quell’atmosfera naif, quell’alloggio improbabile, mi mancano la sabbia nel costume e gli eritemi solari, il panettiere logorroico e le ambulanze. 
Mi mancano perfino i compiti delle vacanze soprattutto ora che la mia vita è fatta di soli compiti, senza più vacanze.

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