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Elogio della semplicità

Quando ho iniziato a scrivere questa rubrica mi sono ripromesso di non pubblicare lavori realizzati da me. Un po’ per riserbo, un po’ per non annoiarvi. Recentemente, riflettendo sui temi che continuano ricorrentemente ad emergere dai miei articoli mi sono convinto di potere, per una volta, fare un’eccezione, e “metterci la faccia” cercando di mostrarvi in concreto cosa ho in mente quando vi ripeto ossessivamente quanto a mio avviso una architettura che si inserisca in modo cosciente nel contesto debba riferirsi insieme alla storia del rapporto tra il costruito e il paesaggio, al linguaggio della contemporaneità, all’assolvimento delle funzioni alle quali è chiamata a rispondere e ad una chiara espressione di materiali e tecniche, rifuggendo sia folcloriche finzioni storiche che pretestuose ricerche di segni di presunta modernità.
Detto così sembra una complessa alchimia, ma in realtà è, o dovrebbe essere, un processo naturale, un flusso continuo e ininterrotto tra progetto e costruzione, improntato dalla massima semplicità.
La casa che ho avuto l’onore di realizzare con l’amico e collega Renato Maurino ai piedi del Monte Bracco non ha la pretesa di essere un modello esemplare, ma riassume alcuni caratteri significativi di questo pensiero.
Il primo aspetto importante è quello di essere un progetto “normale”, per una committenza “normale”, non un edificio destinato a ospitare una funzione di particolare valore simbolico ma la casa per una famiglia che vuole costruire lo spazio in cui si svolgerà un nuovo capitolo di vita, e ha l’intelligenza di interagire con gli architetti in un rapporto di reciproco arricchimento e comune messa a punto del progetto.
Faccio spesso un parallelismo tra l’architettura e l’enologia. Dei circa 60 milioni di ettolitri di vino prodotti ogni anno in Italia, una quota molto bassa è costituita dai vini di eccellenza, dai “grand cru”. Il lavoro di ricerca e studio alla base della produzione di questi ultimi è importantissimo, ma soprattutto per i riflessi sull’innalzamento del livello del vino prodotto per il consumo quotidiano, che è quello che in ultimo incide sulla qualità della degustazione, la salute e il piacere di tutti noi.
Ugualmente, la qualità del territorio e del paesaggio, e di riflesso della nostra vita, è principalmente data non tanto dalle grandi architetture, ma da tutti gli edifici che vengono costruiti o dagli edifici esistenti che vengono trasformati per soddisfare le nostre esigente quotidiane, e dal fatto che, seguendo la metafora enologica, non siano adulterati e non ci facciano venire il mal di testa.
La semplicità è la  parola chiave che identifica il progetto. Pochi materiali, l’intonaco color calce naturale, il legno di Larice, che rimanda alla montagna incombente e le tegole di un colore che, nella sua sincerità, stabilisce un tramite con le coperture in pietra della zona. 
La casa si sviluppa su un solo piano, inserendosi nella pendenza naturale del terreno e minimizzando i movimenti di terra. Le aperture determinano tagli verticali della muratura, portati fino al dormiente continuo, che stacca e rende riconoscibile la struttura del tetto, allo stesso tempo rendendo più evidente la funzione portante dei muri perimetrali. Le aperture introducono la luce e la vista negli spazi interni, in modo particolare la grande vetrata, e li mettono in comunicazione con lo spazio verde dell’esterno e con il paesaggio. 
La scelta è stata quella di fare all’architettura un passo indietro rispetto all’inserimento nell’ambiente, rinunciando a qualunque gesto personalistico e affidando la qualità dell’edificio al rigore compositivo e alla cura dei dettagli.

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