Novecento

Giovanni Battista è seduto al tavolo della cucina, in silenzio. Un mozzicone di sigaretta “torciata” riposa nel posacenere triangolare di latta rossa, un dito di vino scuro colora il fondo di un bicchiere da pasto, come tovaglia una pagina del giornale locale decorata con olimpici cerchi violacei, orme di un recente passato. 
Nella sua casa non esiste il superfluo. 
Quando il nipote vuole giocare con lui, apre il cassetto del tavolo. All’interno sono custodite alcune piccole lime, quelle fornite insieme alle fiale di vetro per le iniezioni, un ricordo della malattia della moglie e di una cura che non ha scongiurato l’inevitabile. 
Tutto nella sua vita manifesta senso della misura. Il mezzo bicchiere di dolcetto, la mezza sigaretta, le poche, calibrate parole, non sono simbolo di un’esistenza vissuta a metà, ma testimonianza di sobrietà ed equilibrio. 
È stato un uomo fortunato. Nato nel 1900, e quindi scampato alla carneficina dei “ragazzi del ’99”, ha evitato anche il secondo conflitto mondiale, perché già troppo vecchio per indossare la divisa. Unico figlio maschio con un corredo di nove sorelle, lo immagino coccolato da quel rumoroso gineceo, ma, forse, mi sbaglio: quelli erano tempi privi di moine e smancerie. La sua famiglia gestisce una piccola attività artigianale a Carmagnola dove vengono prodotte corde per grandi navi intrecciando fibre di canapa. 
Una città di pianura, afosa in estate e nebbiosa d’inverno, l’antitesi del mare e dei suoi orizzonti, forse proprio per questo l’attività di cordaio, in quella dislocazione, è destinata a scomparire. 
Lo aspetta così un nuovo lavoro: magazziniere presso la stazione torinese del trenino belga a passo ridotto. Lo stipendio è modesto ma sicuro, tra i pochi passeggeri che gli offrono qualche piccola mancia, il commerciante saluzzese “Genio” Paglieri e un anziano, ma importante politico: Giovanni Giolitti. 
Dopo lo scoppio della guerra, la buona sorte lo aiuta ancora una volta. Durante un bombardamento alleato, grazie alla sua insofferenza per i luoghi chiusi, invece di ripararsi nel rifugio antiaereo, aspetta la fine dei lanci sotto lo stipite della porta d’ingresso del deposito ferroviario. Nessuno di coloro che si è rifugiato sottoterra è sopravvissuto. Quando quell’inferno di fuoco finisce, Giovanni Battista non vede più il vagone che stazionava sulle rotaie ma, alzando lo sguardo, lo ritrova sul tetto dell’edificio antistante, appoggiato come un aquilone scappato dalle mani di un bambino. 
I fascisti non gli piacciono, si rifiuta di prendere la tessera del partito e per questo gli vengono negati gli avanzamenti di carriera. Alcuni membri di una squadraccia, a conoscenza della sua non adesione, organizzano un agguato con l’intenzione di far ingoiare al ribelle un bicchiere di olio di ricino. Uomo paziente, ma all’occasione irascibile, senza tentennamenti scaraventa una delle camice nere in un fosso. È così costretto a dormire fuori casa per evitare ulteriori ritorsioni. 
Nei mesi successivi, durante un controllo, alcuni soldati della Wehrmacht appoggiano una pistola giocattolo rinvenuta in casa, alla nuca del figlio di tre anni. Un avvertimento che fa raggelare il sangue. 
Dopo la guerra, una bella novità: il trasferimento a Venasca e il nuovo ruolo di capostazione. Il trasloco viene effettuato, insieme alla moglie e ai due figli, in bicicletta. Il gatto rosso, accucciato nella cesta della bici di Maddalena, scappa durante il trasferimento e viene faticosamente ritrovato, dopo ore di ricerche, tra le spighe di un campo di grano color miele. Un’immagine quasi pittorica, un’espressione visiva dei ritmi lenti e poetici di un passato irripetibile. 
La nuova abitazione è collocata al primo piano della piccola stazione dei treni. La moglie nella soffitta alleva i bachi da seta e, per arrotondare lo stipendio, anche le uova deposte dalle poche galline vengono vendute. 
Per un po’ Giovanni Battista viene affiancato nel lavoro da un giovane, Giorgio Guarini, ma il ragazzo lo fa arrabbiare perché spesso si attarda a suonare un pianoforte verticale lasciato incustodito in un vagone. 
I tempi cambiano velocemente, la linea del trenino viene soppressa e la famiglia si trasferisce a Saluzzo. Il completo ceruleo da bigliettaio dei bus prende così il posto dei candidi vapori della locomotiva. 
Ora è vedovo, i suoi figli sono entrambi sposati e ha un solo nipote, ultimo a portare il suo cognome, che lo chiama “nonno Leno”. Trascorre i pomeriggi da pensionato in bocciofila, indossando un paio di pantaloni scuri a vita alta, impegnato in una partita a bocce che sembra senza fine. Al termine di ogni giornata, prima di tornare a casa, appoggia la sua bicicletta al muro della chiesa ed entra per recitare una preghiera. 
Un giorno il nipote adolescente lo vede seduto su una panchina. Giovanni Battista lo guarda negli occhi e riconoscendogli una maturità fino ad allora negata, gli comunica la sua malattia senza speranza. 
Non ho più visto quella vecchia bicicletta appoggiata al muro della chiesa, né conosciuto uomini di tale rigore e integrità. Anche la chiesa ai miei occhi non sembra più la stessa, mi appare meno solida da quando non è più sostenuta dalla bici di Giovanni Battista, mio nonno.

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