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Il linguaggio dell'architettura (o del non capirsi)

“Un linguaggio chiaro presuppone tre condizioni: un oratore che sappia cosa vuol dire, un uditore in stato di veglia, e una lingua comune” (René Daumal, La Grande Beuverie, Gallimard, 1938).
L’architettura, oltre ad assolvere funzioni di ordine pratico, comunica. Comunica messaggi, valori e sensazioni. Alcune architetture ci comunicano sensazioni di pace, altre reverenziale timore per le istituzioni, altre rispetto per la storia del luogo e altre ancora invece l’indifferenza nei suoi confronti. Non è quindi così peregrino pensare che le si possano in qualche modo attribuire i caratteri di un linguaggio.
La citazione in apertura riassume l’assenza di capacità comunicativa dell’architettura alla quale troppo spesso assistiamo. Non ci riferiamo al parlare “di” architettura, al linguaggio della critica (spesso oscuro e misterioso), ma alla ca-pacità di trasmettere e comunicare dell’architettura in sé stessa.
“L’oratore” dunque è l’architetto. Confessate che più di una volta vi siete chiesti cosa noi architetti volessimo dire…
“L’uditore” non può che essere il fruitore diretto della singola opera architettonica, o qualunque soggetto che inevitabilmente percepisca il “racconto” dell’architettura.
La “lingua comune” è un concetto più evidente, ma non per questo più verificato.
Ammettendo (per gentile concessione) che “l’oratore” sappia cosa vuol dire e che “l’uditore” sia “in stato di veglia”, ovvero che non sia troppo ubriacato dai fiumi di architettura di facile consumo, paragonabile all’alcol da due soldi, dai quali è quotidianamente investito, resta in gioco “la lingua comune”.
Che la questione sia problematica è evidente a tutti. Gli oratori (gli architetti) si involvono in un linguaggio tutto loro, sconcertati dall’essere incompresi, e gli uditori (i fruitori) a loro volta si irrigidiscono e si rifugiano nell’apprezzamento di linguaggi che, apparentemente semplici, sono in realtà una lingua da sempliciotti, incapace di trasmettere contenuti di sostanza.
C’è un’architettura con la quale tutti quanti in genere entriamo in sintonia, di cui capiamo il messaggio, ed è l’architettura rurale o alpina tradizionale. Questo accade perché questa architettura “senza architetti” è stata realizzata in un contesto di condivisione di valori, di linguaggio e di esigenze. La casa in pietra delle Alpi veniva realizzata per assolvere a funzioni semplici e essenziali, e forme e dimensioni derivavano dalla disponibilità locale di tecniche e materiali, parte della vita e dell’ambiente in cui i fruitori erano profondamente radicati, e di conseguenza il vocabolario era comune. Ovviamente i termini della relazione sono ormai mutati, ma il radicamento culturale permane. 
Tendiamo allo stesso modo a manifestare una apparente comprensione del linguaggio di tutta l’architettura storica in generale, anche se in realtà non è proprio così.   
Semplicemente alcuni elementi ricorrenti nell’architettura storica (archi, timpani, colonne..) fanno parte di un vocabolario che ci è familiare, che crediamo di conoscere e al quale riconosciamo un valore, perché parte del nostro retaggio.
Effettivamente però quasi nessuno tra di noi comprende davvero la grammatica e la sintassi, i valori simbolici e i sottintesi di un’architettura classica o barocca. Così come conosciamo le ventuno lettere dell’alfabeto italiano e le possibili sfumature di accenti e punteggiature, o le sette note musicali, ma non per questo comprendiamo sempre e davvero a fondo la ricchezza di Dante o di Vivaldi.
E allora finiamo per apprezzare l’architettura “pacioccona” in cui progettisti dalla vaga alfabetizzazione primaria mettono insieme a nostro uso e consumo collage sgrammaticati in cui crediamo di riconoscere elementi archetipi “di valore”, ma che non sono altro che ingenui presepi.
Non comprendiamo poi quasi mai il linguaggio dell’architettura moderna. Certo, diciamocelo, anche qui noi architetti spesso assembliamo elementi stilistici astratti e gratuiti, della cui composizione abbiamo alcune vaghe e superficiali idee, e gli utenti ancora meno. Il fattore di possibile apprezzamento in questo caso non è costituito dal riconoscimento di elementi archetipi, ma, ahimè, dalla “moda”, dal gusto per la strampalatezza, dall’immagine della città e del paesaggio costruito che ci deriva dal cinema e dalla pubblicità.
E allora? Non c’è che una via, che andrebbe perseguita insieme da utenti e progettisti, da “uditori” e “oratori”, ed è il ricordare che l’architettura è il risultato di un processo compositivo non casuale, che per essere compreso richiede l’umile conoscenza dell’alfabeto come delle regole grammaticali e sintattiche, e che ogni possibile scorciatoia non è altro che una truffa da parte degli “oratori” e un’illusione da parte degli “uditori”.

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