Acchiappamostre di Anna Cavallera

Mario Gosso

«Sta passando la seconda Pasqua Covid e, tutti irreggimentati, aspettiamo che si aprano i cancelli. In questi giorni si parla di vaccini e credo che dovrò attendere la  fine di maggio per il mio turno, ma abbiamo imparato ad aspettare già tanto, che la cosa non mi spaventa più. Probabilmente mi verrà somministrato il vaccino Astrazeneca che risulta derivare da un adenovirus degli scimpanzé. 
Ecco dunque emergere una mia incisione su marmo di Carrara con una mamma scimpanzé che porta in braccio la sua piccola creatura. Chissà se sono loro a ringraziare noi, questa volta, oppure noi loro?»
Non uova, né candidi agnelli sacrificali, ma uno scimpanzé al quale somigliamo, chi più chi meno, è il simbolo di questa Pasqua, metafora di una risurrezione tanto auspicata che passa attraverso lo sguardo lontano di questo animale impaurito, mentre regge in grembo il suo cucciolo, insieme al destino dell’umanità intera. La scienza, come l’arte di Mario Gosso, torna sempre alle origini, non può fare a meno della natura per curare il male che si ripropone, cambiando sembianze. 
La nostra salvezza passa attraverso il dolore di quella bestia che ha sperimentato la ricerca scientifica nella carne. La sua maternità antica e discreta si frappone, come un simbolo di speranza e di protezione, tra noi e la fredda superficie lapidea che allontana per sempre dallo sguardo i nostri cari più fragili. 
La morte continua a fare paura, anche se è Pasqua e si parla di resurrezione, anche se la campagna vaccinale sembra mettere un limite al coronavirus. Ma prima della morte c’è la vita, la speranza che passa attraverso il morbido mantello dai toni bruni di quella madre scimpanzé; la sua postura a tre quarti, pronta ad allontanarsi per mettere in salvo il piccolo suggerisce come il sacrificio che la natura sta sopportando per il bene dell’umanità debba finalmente considerarsi solo passeggero e non dovuto. 
Un pegno ed un debito che, a vaccinazione avvenuta, dovremo onorare nei confronti del mondo animale e del futuro di quel cucciolo di scimpanzé che ci fissa con occhi spaventati, aggrappandosi alla sua unica certezza. 
La sensibilità e la bravura dell’artista Mario Gosso, un uomo dai mille talenti coltivati in anni di ricerca, lavoro, studio e sperimentazioni espressive, non hanno pari e le sue opere consolano lo spirito, conducono silenziosamente lo sguardo verso le piccole cose essenziali, quelle ricche di una bellezza tanto semplice da considerarsi ingiustamente scontata. Eppure, come recitava una poesia di Piermario Giovannone poi musicata da Gianmaria Testa, «sono belle le cose,  belli i contorni degli occhi/ e i contorni del rosso/ gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci/ le ciglia delle dive/le bolle di sapone,/ il cerchio del mondo è bello…». 
Sono belli i mille personaggi eteronimi del peintre graveur Mario Gosso, come i suoi scimpanzé, pieni di intricatissimi ciuffi di peli tutti da incidere che egli già amava ai tempi dell’Accademia Albertina, quand’era allievo dei grandi maestri Paulucci, Saroni, Davico e degli incisori Franco e Calandri. 
Nel suo affollato studio di Caraglio emergono cavatappi, ossi di seppia raccolti insieme alla moglie Ines durante un’estate trascorsa sui lidi veneziani, accanto a vecchi chiodi storti, a una vespa gialla. Idee, soggetti che, filtrati attraverso il suo pensiero libero, si fanno ricordi e presenze, assumono un’anima permeata di poesia. Il professor Gosso insegue la natura nei suoi impercettibili movimenti, osserva con stupore le gemme che spuntano tra i rami del giardino, triste per non poterle mostrare ai nipotini che non vede da mesi, alla piccola Marta che possiede “quegli occhi che sanno guardare”e l’imperturbabile saggezza dei bambini. Ingannando l’ipocondria e una primavera vissuta nel recinto di casa l’artista ha riacceso i fari sulla xilografia, studia gli incunaboli, i libri tabellari, accompagnato dai suoi ultimi “Quaderni erranti e dischiusi”. 
Come Pollicino semina “pizzini”, la sua ultima produzione composta da preziosi frammenti che, prima o poi, lo accompagneranno fuori dal labirinto di Teseo, per essere raccolti e presentati ai suoi e nostri occhi. 

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