Saluzzo: Aldo Rolfi ricorda la mamma Lidia Beccaria Rolfi a cui è stata intitolata la nuova Biblioteca

Tenere sempre viva la Memoria

Lidia Beccaria Rolfi era poco più che diciannovenne, quando Il 16 aprile del 1944, venne fermata a San Maurizio di Frassino dai fascisti repubblichini, quindi condotta all’Albergo dell’Angelo a Sampeyre, dove fu torturata tutta la notte. 
All’alba dell’indomani, la staffetta partigiana della 15° Brigata Garibaldi di Saluzzo, alla quale era stato dato il nome di battaglia “maestrina Rossana”, era stata messa davanti ad un finto plotone di esecuzione e poi trasferita in carcere, prima a Saluzzo, poi a Cuneo e infine nel braccio politico femminile alle “Nuove” di Torino. Il 27 giugno 1944, dopo oltre tre mesi in cella, partì in treno per il campo Ravensbrück, dove rimase sino al 26 aprile 1945. A lei sarà intitolata la nuova biblioteca comunale di Saluzzo, nell’ex caserma Mario Musso. 
La notizia rallegra il figlio Aldo Rolfi, che abbiamo raggiunto: «Mia madre era legata a Saluzzo. Qui, nel 1964, aveva ideato il monumento per il Memoriale delle deportate italiane a Ravensbrück, realizzato grazie agli artisti saluzzesi Piero Bolla ed Araldo Cavallera, insieme al monregalese Berto Ravotti».
Che ricordo ha del monumento?
 «Avevo sedici anni e in casa non si parlava d’altro, mia madre ne era infervorata. Mi portò all’inaugurazione in Germania: ogni nazione aveva una cella del bunker dedicata e quella italiana spiccava per l’aspetto artistico. È un peccato che sia stato smantellato, ma fino al 1989 il campo era diventato una caserma dell’Unione Sovietica».  
La testimonianza di sua madre ha fatto conoscere in Italia il lager tedesco di Ravensbrück e ha messo in luce come la deportazione femminile e politica, alternativa a quella razziale, non fosse riconosciuta, ma ignorata dall’editoria, dagli storici e dalla società.
«Quando parlo di mia madre nelle scuole tengo sempre a precisare la differenza tra deportazione razziale e politica. Mentre lo scopo principale del “campo di sterminio” era assassinare i prigionieri per motivi razziali, etnici o religiosi, nei “campi di concentramento” l’uccisione avveniva per mezzo del lavoro. Il sistema nazista portava in Germania politici, rastrellati e partigiani per sfruttarli, farli lavorare e poi ucciderli»

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