Saluzzo: Don Luca illustra l'inchiesta sui giovani

Sensibili rispetto alla sfera religiosa

“La realtà è superiore all’idea”. Frase di papa Francesco che è diventata famosa più per la sua verità e pertinenza che per la sua brevità e incisività, credo valga in modo particolare per quanto riguarda il mondo giovanile da cui non fa eccezione quello saluzzese.
Tante volte si sente dire che i giovani non hanno più sensibilità religiosa o sono indifferenti alla sfera della religione. A partire dalla ricerca che si è svolta a Saluzzo nel 2019 si dovrebbe dire invece che questa sensibilità i giovani la posseggono ancora anche se secondo schemi e particolarità che non sono più quelle con cui di solito il mondo adulto si accosta al mondo del divino e cerca di viverlo.
Se è riscontrabile un allontanamento dai luoghi tradizionali dove in Italia e sul nostro territorio si vive la religiosità cattolica, dall’altra si può dire che la dimensione religiosa non è per niente estranea al mondo dei giovani. Questa però si manifesta in un vissuto del tutto «personale e spontaneo, con scarsa cura formativa e, soprattutto in alcune situazioni personali, fonte di inquietudine e di disagio quando non anche di sofferenza».
Questo si legge nell’introduzione all’indagine “Niente sarà più come prima. Giovani, pandemia e senso della vita” condotta dal Centro Studi Toniolo dell’Università Sacro Cuore di Milano. In essa sono stati riportati anche i dati della ricerca condotta dallo stesso Centro nella nostra diocesi di Saluzzo.
I dati che emergono dai questionari rivelano un mondo giovanile molto più complesso e variegato di come tante volte si vorrebbe sintetizzare. Anche sulla questione religiosa ciò che emerge maggiormente è che i giovani non sono “atei” quanto piuttosto “in ricerca”; e questo non per convenienza o per opportunismo.
Infatti, si legge che «la non credenza non appare dai loro racconti come una posizione definitiva o un alibi per non avere a che fare con un’istituzione come la Chiesa, considerata distante dalla loro esperienza quotidiana. Il non credere appare piuttosto come una posizione aperta ad un possibile discorso religioso reinterpretato a partire dalla vita, magari grazie a figure significative che esprimono dedizione e cura nel lavoro o missione».
Colpisce il fatto che coloro che si professano “credenti” portino in cuore le stesse domande di coloro che invece si dichiarano “atei”. Forse la caratteristica maggiore, quindi, è proprio quella della domanda che indica ricerca, cammino, movimento.
Emerge una vivacità sorprendente all’interno di ciò che i giovani raccontano di loro per quanto riguarda la loro propria ricerca. I giovani non solo sanno ancora porsi le grandi domande sul senso, ma sanno anche abitarle senza facili scappatoie o scorciatoie nel ricercare soluzioni. Sanno stare nella domanda che alle volte non porta pace e serenità ma inquietudine proprio sul significato profondo della vita e delle relazioni che la costituiscono.
Sicuramente la situazione della pandemia ha segnato molto in profondità e ha fatto sì che possa essere considerato come uno spartiacque quasi una frattura generazionale.
“Niente sarà più come prima” non è un semplice slogan, ma la consapevolezza che la vita dopo questo periodo non sarà più la stessa. Il vivere le relazioni, il guardare al futuro e il porsi di fronte al mondo avrà subito una trasformazione epocale che i giovani guardano come l’alba di un mondo nuovo mentre noi adulti il tramonto di quello che è stato. E questo anche a livello di religiosità.

 

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