Saluzzo: Inchiesta sui giovani del saluzzese

Relazioni intergenerazionali e solitudine

Un luogo comune che diventa anche un pregiudizio nei confronti dei giovani è che facilmente si isolino nel proprio mondo senza comunicazioni possibili con gli adulti che si vedono guardati come vecchi, retrogradi rispetto a quel modo di fare che sente sempre più lontano sia come sguardo sia come insieme di valori e criteri di giudizio sul mondo.
Anche su questo aspetto l’inchiesta pubblicata dal titolo “Niente sarà più come prima. Giovani, pandemia e senso della vita”, se non viene a smentire del tutto, invita ad uno sguardo almeno più rispettoso della complessità e della varietà della realtà giovanile che ci sta di fronte agli occhi.
Infatti, dalle narrazioni dei giovani emerge con forza il tema dei legami intergenerazionali. La chiusura forzata in famiglia ha in alcuni casi esacerbato le situazioni critiche e conflittuali, ma nella maggior parte dei casi ha rafforzato i legami familiari con i nonni, sentiti sempre più come le radici della propria storia, e con i genitori e fratelli/sorelle. In molto casi ha dato la possibilità di riscoprire rapporti che precedentemente soprattutto la fretta e i numerosi impegni di tutti i membri della famiglia avevano se non allentato almeno rischiato di far diventare interessati o utilitaristici. Il tempo passato insieme ha dato la possibilità di un “riavvicinamento” o di un rinforzo delle relazioni esistenti.
Nella maggior parte dei casi questi legami rinsaldati sono stati l’ancora di salvataggio di fronte all’ansia e all’angoscia attraverso il sorgere di sentimenti positivi e dinamici.
Una cosa che colpisce all’interno della tematica delle relazioni che la pandemia ha suscitato e risvegliato è la scoperta della solitudine. Anche in questo caso non è stato solo negativa, anzi ha dato l’opportunità di sperimentare il valore e il piacere di quella che si potrebbe chiamare una solitudine vitale, nel senso di una capacità di stare da soli.
Questo aspetto colpisce perché già semplicemente il termine solitudine richiama immediatamente sentimenti tristi e quasi angosciosi. A questo proposito, la ricerca sottolinea quasi una controtendenza. In un mondo, come quello giovanile, dove si è continuamente alla ricerca della connessione tante volte considerata come vera relazione, il rivalutare l’importanza della solitudine e della bellezza di stare con se stessi, suscita stupore.
Psicologi e esperti di spiritualità affermano che la capacità di stare da soli è un fenomeno altamente raffinato che si realizza quando le persone vivono la solitudine per accedere alla propria interiorità.
L’isolamento in questo caso diviene condizione per l’apertura alla propria interiorità, intesa come libertà, autonomia di giudizio, ricerca del senso della vita ed una tappa nella ricerca della propria identità. Essa non nasce dall’idea di essersi fatti da soli e di essere autosufficienti, ma si fonda sulla sicurezza della presenza di un Altro che per il bambino è la madre – realmente presente o interiorizzata – e per l’adulto può essere una Presenza altra. Per alcuni, questo ha significato ricercare un rapporto con Dio al di là delle forme religiose tradizionali.
La capacità di star da soli, quindi, non è connessa all’assenza ma alla ricchezza delle relazioni e alla capacità di prendersi cura di sé. È la manifestazione esteriore di un’intima sicurezza che alcuni di questi giovani hanno chiaramente mostrato affermando che questo periodo è stato un’occasione per riflettere sul senso della propria vita e sul dare forma al proprio futuro.
Certo questo non vale per tutti. Per alcuni, infatti, tutto questo è stato sentito e vissuto come un venir meno di ogni voglia e desiderio verso il presente e il futuro.
Sicuramente però tutto questo dice quanto sia complessa la realtà giovanile e quante volte ciò che il mondo adulto vi vede sono più le proprie proiezioni che ciò che veramente c’è.

 

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