Saluzzo: Inchiesta sul rapporto dei giovani con la Chiesa

Forme di adesione personale

Ormai da diverse settimane ci siamo lasciati accompagnare nel nostro “ascolto” del mondo giovanile dall’inchiesta svolta dall’Istituto Toniolo di Milano riguardante anche il nostro territorio.
Vorrei concludere riprendendo in modo particolare le risposte che i giovani hanno dato alle suggestioni proposte per l’ambito religioso e in modo particolare per il rapporto con l’istituzione ecclesiale.
Va precisato fin dall’inizio che il contesto dove questa indagine è stata svolta è legata ai giovani che in vario modo ruotano già all’interno della Chiesa. Essi sono credenti (salvo qualche eccezione) e in più sono scolarizzati, nel senso che la maggior parte dei partecipanti frequenta l’università o gli ultimi anni delle scuole superiori.
Manca, da questo punto di vista, quasi totalmente il mondo del lavoro. Su questo aspetto si potrebbero fare molte considerazioni ma ci porterebbero lontano rispetto a ciò che i giovani intervistati hanno rivelato del loro rapporto con la Chiesa istituzione.
Partirei, quindi, col sottolineare il restringersi dell’orizzonte di prospettiva in cui questi giovani si collocano. Sembra che la pandemia che abbiamo vissuto e che in parte stiamo ancora vivendo, abbia ristretto gli orizzonti o abbia reso evidente un cambiamento epocale nel quale viviamo. Nelle risposte date si può notare quello che si potrebbe chiamare un “profilo basso” di sapienza quotidiana.
Della vita «non so qual è il senso ma intanto vivo». Questo non è vissuto come una rassegnazione e non è sentito in contrasto con il senso religioso che quasi tutti dichiarano. Credo, quindi, sia da ricondurre alla condizione dell’uomo e della donna contemporanei immersi in una secolarità globalizzata.
Il nostro mondo che ha perso progressivamente tutti i racconti capaci di dare un significato socialmente condiviso fa sì che l’uomo si debba accontentare di camminare nel piccolo racconto della propria esistenza personale. Da tutto questo però, ne dovrebbe trarre giusto discernimento la parola religiosa, soprattutto quella istituzionalizzata, che anziché spendersi in discorsi dottrinali e ingiunzioni moralistiche, dovrebbe sentirsi chiamata ad offrire quello che si potrebbe chiamare un accompagnamento sapienziale, che risulta poi essere il vero piano della coscienza morale. In questo senso, l’istituzione religiosa dovrebbe abbandonare la volontà di controllare e indirizzare le coscienze per imparare ad accompagnare. Se questo vale per tutte le fasce di età, ancora di più è importante per il mondo giovanile.
A partire da ciò che chiamavo “profilo basso” emerge poi un rapporto affettuoso e riconoscente nei confronti della Chiesa da parte dei giovani intervistati che si dichiarano credenti. Questo però non mette in discussione la libertà, la relativizzazione e un’autoregolazione che stanno alla base di ogni relazione e quindi anche quella di appartenenza dichiarata alla chiesa. Ciò che potrebbe essere interpretato come qualunquismo o relativizzazione di realtà fondamentali, non è percepito nello stesso modo dal mondo giovanile.
Si è molto coscienti della posta in gioco di alcuni riferimenti fondamentali, ma nello stesso tempo si è capaci di adeguarli alla propria dimensione personale e di adattarli a quello che si potrebbe chiamare il principio di realtà. Il caso emblematico può essere quello della messa. Nessuno le toglie valore, ma quasi tutti la sanno collocare nella situazione sentendosi liberi di scegliere di parteciparvi oppure no.
L’impressione è quella di avere di fronte a sé non tanto la gioventù di qualche decennio fa, dissenziente nei confronti della Chiesa desiderosa di trasformarne la struttura, ma una generazione di individui che provvedono autonomamente a ricavarsi forme di adesione personale dentro un’istituzione che prendono così com’è, come, d’altronde fanno con il resto della realtà. Come afferma Giuliano Zanchi nel testo “Niente sarà più come prima”, «Siamo di fronte a generazioni che hanno sviluppato una grande capacità di adattamento, un talento innato nell’aprirsi spazi di opportunità, nel fare di un argine un punto di appoggio e di un freno un regolatore di velocità. In ogni caso nessuna intransigenza, in nessuna delle questioni trattate».
Forse è proprio questa grande capacità di adattamento e di farsi autonomamente un posto senza pretendere di cambiare la struttura propria del mondo giovanile a disorientare noi adulti e a renderci imbarazzati nei loro confronti.

 

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