Parole da conservare di Cetta Berardo

Diplomazia

Ci sono libri che, seppur letti anni fa, tornano utili in certi momenti. Uno di questi è Diplomatico per caso scritto da Guido Nicosia, mancato nel 2017, ambasciatore di alto bordo. 
Attraverso le pagine delle sue memorie, tessute in forma di diario di bordo, come un viaggio durato un’intera vita, racconta curiosità e costumi di molti Paesi (dal Costarica al Sudan, dal Canada alla Nuova Zelanda, dal Madagascar all’Inghilterra). Ma il suo libro è anche un dietro le quinte della politica estera italiana. Oggi, si inserisce in un dibattito particolare su cosa è la diplomazia e a che serve, visti i risultati nulli nel contesto russo-ucraino. 
Il vocabolario recita: «La scienza e la prassi di trattare nei rapporti internazionali». La diplomazia è mestiere antico, richiedeva un tempo capacità retorica, arte nel mentire e nel dissimulare, abilità nel compromesso, ma soprattutto intelligenza, abilità, riserbo, ponderazione. Saper dire era essenziale, ma saper dire senza dire era scienza per pochi. 
Oscar Wilde la spiega in  chiave comicogastronomica: «Fare una buona insalata significa essere un brillante diplomatico; il problema è identico in entrambi i casi: sapere con esattezza quanto olio mescolare con il proprio aceto». 
Oggi la diplomazia non ha più niente a che fare con l’arte oratoria dell’antica Grecia. È più che altro economia (degli scambi, degli investimenti, dei profitti) e politica, intesa come costituzione e consolidamento di “posizione” di potere. È mestiere da equilibristi, una sorta di piramide, dove si sale e si scende a seconda di quante e quali persone si riesce ad accontentare. Dovrebbe essere una rete di relazioni tra stati affini, sul campo invece è naufragata per rivalità, interessi economici, egoismi nazionali. Il dramma della guerra di oggi è una conferma del suo fallimento.