Fermo immagine di Alberto Abbà

L’eredità

A volte la vita, nello scorrere del tempo che passa, dà la possibilità di rimediare a un rimpianto.
Può volerci qualche minuto o qualche anno. Spesso mai.
Dalla metà degli anni novanta ad oggi significa che son passati quasi trent’anni. Allora, ci fu un momento preciso in cui un partigiano chiese alla figlia di un altro partigiano di tenere l’orazione per la commemorazione dell’eccidio di Valmala, avvenuto il 6 marzo del 1945.
Per paura e timore, in risposta a quella richiesta arrivò un no. A quel no, seguì un silenzio, spezzato poco dopo da parole dal sapore amaro in un aspro dialetto piemontese: “abbiamo combattuto perché voi poteste parlare e adesso non parlate”.
Quel no, che oggi diventa un si, è la possibilità di poter rimediare e di dimostrare di aver imparato la lezione, magari dopo una lunga digestione che lo stomaco proprio non riusciva a buttare giù.
Non esiste un tempo giusto al di fuori di quello che è. 
Questo è il tempo, quello in cui le cose accadono. Proprio qui, adesso, oggi, che quella generazione fatta da ragazzi soldato di ieri se ne è andata e resta silente all’ultimo appello.
Lelio e Angelo, King, Edelweiss e tutti gli altri con o senza nome, possono ancora vivere e rispondere presente, semplicemente con altre voci. 
Ma eredità non significa solo stare immobili ad osservare incisioni e date su lapidi e mettere fiori freschi su pietre o rispolverare all’occorrenza vecchi libri di storia, ma anche e soprattutto farsi verbo attivo. Poter camminare con altre gambe ed essere protagonista in parole, gesti, comportamenti e in ogni modo possibile. Anche in una voce spezzata dall’emozione e lubrificata da occhi lucidi di figli e nipoti. 
Come ci insegna lo sport, il testimone si passa così, da una mano ad un’altra, senza mai lasciarlo cadere e continuando a correre.

albiabba@libero.it