Saluzzo: Solennità di Pentecoste

È il compimento della Pasqua

Una festa nata nel IV secolo
La solennità della Pentecoste divenne una festa cristiana distinta dalla Pasqua solo nel IV secolo. Il nome e la data sono precedenti al tempo di Gesù: si festeggiava, cinquanta giorni dopo gli eventi pasquali, la Festa delle settimane, il dono della legge sul Sinai e l’offerta delle primizie del grano.
La liberazione dall’Egitto risuonava nella legge di libertà data a Mosè e nella terra libera concessa al popolo. Così anche la potenza della risurrezione risuona nella legge dell’amore e nella terra della Chiesa che è il mondo intero, ogni lingua.
La Pasqua rossa
A Pentecoste si celebravano i battesimi non amministrati prima con una seconda veglia, tuttora disponibile e quasi dimenticata.
Era detta anche Pasqua rossa per il colore delle vesti – usato nelle memorie del dono della vita: Venerdì Santo e ricordo dei vari martiri. Una sorta, dunque, di ripetizione della risurrezione, di risonanza appunto.
Perché questo riverbero? Si tratta di un’operazione rituale necessaria. La liturgia ci pone la domanda umile e fortissima: cosa ne è stato del tuo incontro con il Risorto?
Lo Spirito fa nascere la Chiesa
“Hai ricevuto lo Spirito santo, per quale motivo non parli in tutte le lingue?”, si chiede un autore del VI secolo.
E risponde “Certo che parlo tutte le lingue, infatti sono inserito in quel corpo di Cristo, cioè nella Chiesa, che parla tutte le lingue”.
I discepoli chiusi ancora nel cenacolo diventano Chiesa a Pentecoste. Essi, che quel mattino furono accusati di essere ubriachi di mosto, sono in realtà sobri otri nuovi che contengono vino nuovo. Lo Spirito finalmente li rende vitali discepoli del maestro.
Rinnovare il dono dello Spirito che è in noi
Lo Spirito soffia dove vuole, ha fantasia, precede, porta dove non si credeva di poter arrivare.
“Vino nuovo in otri nuovi”: paura e orgoglio lasciano il posto a fiducia e umiltà, l’uomo che viveva per se stesso diventa figlio della Luce. È bellissimo notare come il prodigio delle lingue parlate dai discepoli quel giorno li costrinse a esprimersi nella lingua materna di coloro che ricevevano il vangelo.
Parlare la lingua dell’altro significa diventare noi stessi stranieri, aperti, ospiti. Questa è la forma d’amore che la Pasqua intende maturare in noi.