Parole da conservare di Cetta Berardo

Barotto

Due settimane fa, nel corso di un dibattito di chiusura di una campagna elettorale, un politico nostrano, che siede sugli scranni regionali, venuto in soccorso all’amico candidato sindaco, con tono compiaciuto si rivolge ai presenti vantandosi di essere un “barotto”, portatore di una cultura e di un’innovazione di cui si sentiva da tempo la mancanza! Rimasta colpita dal termine, mi guardo attorno e vedo tra il pubblico persone semplici ma dignitose, alcuni contadini, altri studenti, casalinghe perplesse. Mi interrogo sul termine, che in italiano non è di suono gradevole ed evoca un qualcosa di tozzo, di non dignitoso. L’etimologia, dal piemontese baròt, lo ricollega a un diminutivo di bara, nel senso di sbarra: il baròt è infatti il bastone usato in campagna da contadini e allevatori. In quel contesto l’appellativo mi è parso poco rispettoso nei confronti dei lavoratori della terra, che molto faticano, poco parlano e soprattutto non barano. Penso ai contadini fieri ed onesti, come il contadino Gené di marca arpiniana, che suda e vive una vita grama, ma è legato ai valori della terra, penso alle pagine di Carlo Levi in Cristo s’è fermato ad Eboli: riecheggia “il  rumore continuato degli zoccoli degli asini sulle pietre della strada e il belar delle capre”, quando i contadini si mettono in movimento prima del sorgere del sole, poiché per raggiungere i loro campi debbono fare parecchie ore di strada e lo stesso per il rientro alla sera. Penso a Rocco Scotellaro, il poeta dei contadini, che li ha nobilitati in versi: M’accompagna lo zirlio dei grilli/ e il suono del campano al collo/ d’un’inquieta capretta./ Il vento mi fascia/ di sottilissimi nastri d’argento/ e là, nell’ombra delle nubi sperduto,/ giace in frantumi un paesetto lucano. Penso ai “cafoni” in Fontamara di Silone. Per tutto questo, per me, i barotti sono altri e non hanno nulla da spartire con quelli che in giacca e cravatta blandiscono “i cafoni” per carpirne, con false promesse, il voto.