Fermo immagine di Alberto Abbà

La musica può

Antonio ama la musica da sempre, che sa creare anche con strumenti improvvisati. Per qualcuno venuto apposta ad ascoltare o distratto di passaggio. A volte solo per sé.
Ora è lì, seduto di fronte al pianoforte nella cappella di un ospedale fuori città. 
Si assomigliano tutti quei luoghi religiosi, avvolti da una fredda modernità. Pronti ad accogliere nel silenzio chi decide di entrare, per una richiesta, un ringraziamento, uno scongiuro. Antonio ha la barba lunga di qualche giorno e una giacca scura.  Utile per uscire un poco più vestito dalla camera, prima di un imminente ritorno. La luce gialla del pomeriggio filtra dai colorati mosaici di vetro. Illumina di sbieco un crocifisso appeso, la statua di un santo con le mani giunte e una vecchia immagine di Papa Francesco, usata per chiedere il 5x1000 ai fedeli.
Illumina a metà il viso del pianista piegato su quei tasti e quell’occhio che brilla, circondato di nero a causa di un brutto incidente in moto. 
Carlo da Roma l’ha raggiunto dopo un lungo viaggio in autobus. Confrontandosi a più riprese con l’autista, alla ricerca della fermata giusta, per arrivare puntuale nell’orario dedicato alle visite. Un abbraccio stretto e poche precise parole fatte di presenza, poi si mette un poco distante ad ascoltare Antonio, che non suona solo un piano, ma uno spartito di emozioni. 
Due stampelle appoggiate allo sgabello a far da testimoni, insieme a qualche ospite dell’ospedale, seduto su carrozzine, banchi e malinconia. Antonio è in dialogo attraverso quei tasti, con il padrone invisibile di quel luogo e con tutto quello che ha dentro. Con quello che resta e quello che non c’è più.
Ogni nota è imprecazione, amore, preghiera. Ogni accordo è qualcosa che spinge per uscire e che resiste. È vita, fatta di una musica che continua a nascere e camminare. La musica può.