Manta: Il caso del muratore ferito dal proiettile a Manta

Accusa nata in ospedale

Viene dalla vittima stessa l’elemento principale dell’accusa a carico dell’uomo imputato per il tentato omicidio di un giovane muratore albanese, colpito da un proiettile di pistola al petto mentre guidava. 
L’episodio era avvenuto a Manta il 4 ottobre del 2023. Poco prima che il 28enne entrasse in sala operatoria a Cuneo, ancora sospeso fra la vita e la morte, un Carabiniere gli si era avvicinato: «È stato Altin» gli aveva detto il ragazzo, con un filo di voce. L’imprenditore edile, suo connazionale, all’epoca 29enne, oggi è a processo insieme a un ex dipendente accusato di favoreggiamento.

Per il presunto sparatore è stata chiesta una condanna a 15 anni, tre invece per il coimputato, oggi trasferitosi negli Stati Uniti, che avrebbe nascosto il furgone del titolare per evitare che venisse ritrovato e perquisito nell’immediatezza. 
Il furgone, due volte esaminato dai Ris di Parma, è il veicolo attorno a cui ruota tutto il processo: lo cita la vittima che dice di aver riconosciuto il mezzo di proprietà del suo conoscente, residente in paese come lui. Lo menziona anche un testimone che aveva visto il furgone affiancarsi all’utilitaria guidata dal muratore, poco prima che quest’ultima uscisse di strada.
Secondo la Procura il movente è la gelosia dell’imprenditore, convinto che l’altro stesse insidiando la sua compagna. 

«Ci troviamo di fronte a un tentato omicidio in cui non c’è un testimone, un’arma, né un movente plausibile» obietta l’avvocato Enrico Gallo, difensore di entrambi gli imputati. 
La testimonianza della vittima, prima di tutto: «Dato inconfutabile è che non ha visto chi ha sparato e ha indicato lui solo perché lo ha collegato al furgone». Nelle dichiarazioni della persona offesa si parla anche di “una fiammata” dal finestrino: impossibile, ribatte la difesa, perché l’arma usata era di piccolo calibro e infatti il conducente dell’auto sopraggiunta subito dopo non menziona alcuna fiammata.

«Il furgone quel giorno effettivamente girava lì, ma perché il suo proprietario abita a poche centinaia di metri di distanza – aggiunge l’avvocato –. Vivono entrambi a Manta, avrebbe potuto sparargli davanti a casa o in un luogo dove non ci sono telecamere: tutti in zona sanno che quell’incrocio è coperto di telecamere». Più in generale, a detta del difensore, resta il dubbio sul movente e soprattutto sulla dinamica: «È oggettivamente impossibile che il guidatore del furgone abbia potuto sparare dal finestrino del passeggero, senza riempire l’abitacolo di residui di polvere da sparo. Lo dicono i Ris di Parma che hanno fatto due perizie». 

Quel giorno, si fa ancora notare, il bersaglio designato non guidava la sua auto, ma un mezzo prestatogli dal datore di lavoro: «Non si sa come l’altro avrebbe potuto saperlo, così come potesse sapere quale strada avesse fatto». 
Il sostituto procuratore Francesca Lombardi ha già preannunciato l’intenzione di replicare alla difesa. L’ultima udienza è fissata al 7 ottobre, quando si attende anche il verdetto dei giudici.

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