Parole da conservare di Cetta Berardo

Le arti minori

Della mia infanzia sono rimaste impresse alcune scene, la nonna che lavorava a maglia, in modo indefesso la sera e realizzava in pochi giorni una maglia, mia madre che bravissima con l’uncinetto creava scialli e cloches. In silenzio, concentrate, erano le attrici indiscusse. Il mio occhio bambino osservava, a volte annoiato, più spesso incuriosito da quelle mani riuscivano ad animare tovaglie, asciugamani, con tralci di fiori; mi sembrava che ci fosse un universo, dentro quei fili colorati. 
Poi la pratica è scemata, bollata come occupazione che relegava la donna ad un ruolo dimesso, secondario, meglio fare sport, vedere la televisione la sera, andare al cinema. Così queste abilità non sono state tramandate, se non in rari casi.
Ma oggi un libro ha riportato alla luce e dato dignità a queste arti minori. 
Si tratta del saggio di Domitilla Dardi, dal titolo intrigante, Cucire universi. Per l’autrice il ricamo è “una scrittura lenta, fatta di fili e di pazienza, ogni punto è una scelta, ogni trama una narrazione”, un elogio alla lentezza, in un mondo dominato dalla velocità, “arte” che costringe a stare sul presente. Non solo, ha, per lei, un effetto terapeutico e sciorina esempi di soldati mutilati, di malati psichiatrici, di atleti che lavorano a maglia per gestire concentrazione e ansia. Un esempio famoso è quello di Tom Daley, il tuffatore campione olimpico che lavora a maglia sugli spalti e in panchina in attesa del proprio turno. 
Da un sondaggio condotto dall’Università di Wollongong, in Australia nel 2021, le due ragioni più comuni che hanno spinto gli intervistati a iniziare a lavorare a maglia sono state la voglia di rilassarsi e di provare un senso di realizzazione. Dunque, liberiamoci dai pregiudizi e… recuperiamo dall’oblio i ferri del mestiere!