Parole da conservare di Cetta Berardo

Finis scholae

L’ultimo giorno di scuola ha qualcosa di magico, “un tempo sospeso tra ciò che finisce e ciò che sta per cominciare”: nell’aria le vacanze agognate che hanno sapore della libertà che si avvicina, ma anche quello delle attese e delle sfide all’orizzonte. Oggi è diventato un rito da celebrare sui social network, TikTok in testa: c’è chi esce dall’aula urlando, chi si abbraccia, chi riprende tutto con il cellulare in mano, chi celebra la fine dell’anno con gavettoni, cori intonati a squarciagola e abbuffata di pizzette, patatine e coca cola. Ma la festa racchiude anche la malinconia dei saluti, soprattutto per chi affronta l’esame di maturità con cui si chiude un pezzo importante di vita. Per i bambini delle elementari l’ultimo giorno rappresenta anche l’ultimo di cinque anni pieni di emozioni, di successi ed insuccessi, di scoperte, di crescita con figure guida che li hanno accompagnati, risolto dubbi, soddisfatto domande, dato affetto. Anni che non dimenticheranno.
Per questi scolari il distacco è doloroso, coincide con un periodo di trasformazione, a settembre nuova scuola, nuovi compagni e insegnanti, non saranno più cuccioli ma ometti, dovranno esibire non solo diligenza e applicazione, ma autonomia e intraprendenza. La guida, il “maestro” che ascolta e non si irrita difronte a richieste strampalate, con cui si ha una confidenza particolare, rimane un faro, come Rodari nella Filastrocca di giugno, evidenzia: «Gli scolaretti sui banchi di scuola/ hanno perso la parola:/ apre il maestro le pagelle/ e scrive i voti nelle caselle…/ “Signor maestro, per cortesia,/ non scriva quel quattro sulla mia:/ Quel cinque, poi, non ce lo metta/ sennò ci perdo la bicicletta:/ se non mi boccia, glielo prometto,/ le lascio fare qualche giretto».