Parole da conservare di Cetta Berardo

Sdigiunino

Le vacanze servono per rilassarsi, cambiare ritmo di vita, concedersi degli sfizi a tavola, crogiolarsi al sole,ciacolare con l’amica su futilità, ma servono anche per aggiornare il vocabolario, tuffarsi in neologismi o termini che non echeggiavano da tempo. In una giornata di relax, su una spiaggia della Riviera di ponente, verso le 11, mi sono rinfrescata la mente quando un ragazzino alla madre, tutta intenta a prendere il sole, una statua ricoperta di crema solare, dice:«Ma’, vado a fare lo sdigiunino». La madre risponde laconica: «Ok».
Che il termine fosse usato dagli adolescenti mi ha sorpreso. Di sicuro ha avuto un ruolo lo chef e volto televisivo Giorgione, al secolo Giorgio Barchiesi a diffondere lo “spezzafame”, da introdurre a metà mattinata o a metà pomeriggio. I diminutivi in genere mi attraggono, mi suggeriscono un’idea di protezione, il piccolo che si difende dal grande. Ma in questo caso mi viene da sorridere: non è un controsenso interrompere un digiuno in formato mignon?
Nell’800 il termine era diffuso, aveva avuto una certa popolarità, in testi religiosi indicava il pasto che rompeva un digiuno sacro, come quello del Venerdì Santo o dello Yom Kippur. In altri contesti, lo sdigiuno era la prima colazione o uno spuntino mattutino, e talvolta anche un pasto vero e proprio, consumato a mezzogiorno. Il ragazzo della spiaggia intendeva rifocillarsi, dopo la colazione, con pizzetta, salatini o altre leccornie al bar volante.
In effetti lo chef ha ripreso il termine per la sua carica evocativa, per il legame con il mondo contadino e per la possibilità di contrapporre il cibo genuino al cibo industriale. Sui social proponegolosi panini con pomodoro schiacciato burro e sale, con il monito «Signori, tiriamo fuori qualcosa che abbiamo in casa, mangiamo bene!».