Parole da conservare di Cetta Berardo

Gonna

Quando i vestiti “segnavano la persona”: Umberto Galimberti nei suoi saggi ci ha spiegato come le forme degli abiti storici comunicano messaggi precisi. 
Presso i Romani, ad esempio, la veste indicava rigidamente lo status giuridico e politico, solo i cittadini romani maschi potevano indossare la toga, mentre il colore (come la porpora riservata agli imperatori) definiva il livello di potere. Nel Medioevo ogni mestiere o ordine religioso aveva una propria “divisa” visibile.
Alla corte di Versailles e nelle monarchie europee, l’abito divenne un’arma politica e di sottomissione. 
La vicinanza al re e la nobiltà di sangue si misuravano dalla ricchezza dei ricami, dall’altezza delle parrucche e dalla complessità dei rituali di vestizione. 
E arriviamo alle gonne: fino all’inizio del ‘900 le nostre antenate indossavano gonne lunghe fino a terra, in modo da coprire tutto, anche le caviglie, negli anni ’20 le lunghezze si accorciano fino al polpaccio, ma le donne vengono etichettate come “moralmente leggere”. Finalmente arriva negli anni ‘60 Mary Quant, con la rivoluzione della minigonna. Si grida da un lato all’indecenza pubblica, dall’altra all’emancipazione.
Una querelle riportata alla ribalta in questi giorni per delle parole infelici di un Ministro e il dibattito si è acceso sulla parola affidabilità: la donna con la “gonna più lunga”, seria, fedele è destinata a essere una buona madre di famiglia. 
“Il capo d’abbigliamento diventa misura morale”, hanno titolato i giornali, un indicatore della rispettabilità di chi la indossa! 
Mi piace ricordare i versi di una femminista di qualche anno fa, dimenticati ma oggi utili più dei discorsi a: «La mia gonna corta è la mia sfida./ Non vi permetterò di farmi paura./ La mia gonna corta è una bandiera/ di liberazione nell’esercito delle donne».