Parole da conservare di Cetta Berardo

Ottobre

È arrivato l’autunno, il freddo pungente mattutino, poi un sole ancora caldo a mezzogiorno, le piogge dolci e monotone, le giornate che si accorciano. 
E cambia anche l’umore delle persone, le ore malinconiche di chi non può uscire di casa, le giornate oziose dei pensionati al chiuso di una bocciofila o al bar a fare l’ennesima partita a scopa, quelle intense di scolari che faticano a riprendere il ritmo dopo la ruggine estiva. 
Se ottobre è il mese del foliage, quello spettacolo unico dei colori della natura, è anche il mese dei proverbi che si sprecano: “Ottobre piovoso, campo prosperoso”, “se ottobre è piovarolo, è pure fungarolo”, “ottobre, vino e cantina dalla sera alla mattina”. Se i detti popolari rivelano saggezza e ci ricordano le regole della natura, i poeti l’hanno fotografata nel giro di poche parole: «Autunno. Già lo sentimmo venire/ nel vento d’agosto,/nelle piogge di settembre/ torrenziali e piangenti/ e un brivido percorse la terra/ che ora, nuda e triste,/ accoglie un sole smarrito», sono le pennellate di Vincenzo Cardarelli. 
Ma in questi tempi il rosso fuoco di un bosco si confonde con il rosso tragico delle giornate parigine: la rivolta di studenti e insegnanti, gli incendi, la guerriglia urbana, i ferimenti, gli arresti. 
Ottobre è il mese delle trasformazioni, dicevano i nostri nonni, il mese in cui la natura ci insegna che cambiare non significa necessariamente perdere qualcosa. 
Non così però la pensano le folle che marciano in Spagna, che guidano le contestazioni in Israele, che piangono a Gaza, che si rivoltano in India. Cosa chiedono i popoli? Una trasformazione vera, rivendicano uguaglianza di diritti, giustizia, dignità, pace. 
Allora il foliage si tingerebbe di verde, di bianco, ritornerebbe la speranza, un’idea di futuro.