Fermo immagine di Alberto Abbà

Il vento continua a girare

Sono passati venti anni da quando il film “Il vento fa il suo giro” vide la luce. Era il 2006, l’anno delle olimpiadi invernali di Torino e dell’Italia di calcio campione del mondo. E di tanto altro. Mi ricordo bene quella sera al cinema e quello che mi suscitò.
Sedermi a distanza di anni in una sala a Dronero, per rivederlo, mi riporta in una valle che conosco e a quella storia. Di un’accoglienza finita male. In un paese di montagna, quasi disabitato d’inverno, arriva la famiglia di Philippe con moglie e bambini al seguito. Non per passare le vacanze estive, ma per viverci, grazie ad allevamento e produzione di formaggio. Con il sindaco che ci vede un’opportunità di rinascita e di immagine e i paesani guardinghi verso i nuovi vicini. Che fanno rumore e spezzano la solita routine. Sporcano di lavoro e disturbano un silenzio e modi di vivere destinati a esaurirsi. Luoghi disabitati e i pochi rimasti che preferiscono lasciar andare pascoli e boschi, piuttosto di vederli gestiti da altri. C’è chi si spende per aiutare e chi no. Come sempre.
A distanza di anni viene fuori tutta la forza di una storia sperduta fra i monti che sa essere universale.
Il tema dell’accogliere, a tutte le latitudini. Ma anche di un Philippe che poco ha fatto per farsi voler bene. E rendersi conto che può capitare a tutti di trovarsi nel ruolo di forestiero in casa d’altri.
Fredo e Giorgio raccontano aneddoti e fa sorridere che anche durante le riprese gli arrivarono denunce dai valligiani. Negli stessi giorni in cui altri gli portavano sul set dolci e frittate. Si può scegliere, nei comportamenti, da che parte stare.
Quando il film finisce, con quell’uomo recuperato da una corda appesa e un camion carico di bestiame che ridiscende a valle, ti arriva in faccia tutta la tristezza. Di quel vento, che fa il suo giro e poi riporta indietro l’amarezza di vent’anni fa, solo più invecchiata.